L’arte della non-arte

 

I cineasti americani si vanno cimentando da alcun tempo in qua in una forma di spettacolo che sta fra la rivista e il caleidoscopio. Questa forma è talmente ambigua che a determinare le qualità, l’obiettivo del comune giudizio non scorre più: bisogna dar di piglio allo sguardo a triangolo, allo sguardo elicoidale, allo sguardo che traversa i corpi opachi. La prima impressione che fanno La Danza di Venere, Viva le Donne, Wonder-Bar, è metallica e fredda. In un diverso ordine di cose, una impressione simile ce la fa la stampa a rotocalco. Del resto, tutto ciò che è nuovo ha un aspetto freddo e non di rado repellente. Il “nuovo” è assoluto, solitario, antipatico. Gli manca il conforto dell’abitudine, il calore del moto, l’aderenza alla vita; diciamolo pure: gli manca la compagnia. Se è cosa degna di non morire, in ultimo ritornerà ancora all’assoluto, ma per opposta via e col caldo ricordo del suo viaggio terrestre. Alla fine di questi films viene fatto di gridare: “Che scemenza!”. Poi ci si ripensa, e ci si accorge che se pure scemenza è, è una scemenza di ordine superiore e che s’imparenta alla poesia pulviscolare, gasiforme, supremamente rarefatta dell’ultimissimo Faust, ai Ditirambi a Dionisio, ai disegni a “filo” di Picasso, al palpito degli archi dell’Apollo di Stravinsky, alle cadenze poetiche di Lautréamont. Di questi films la critica ha detto: “Roba di cattivo gusto”. Ma come determinare il gusto in opere che esulano da qualunque criterio di gusto, che hanno traversato l’intera gamma dei peccati terrestri, che hanno raggiunto il candore assoluto, l’innocenza suprema? Per dir il vero, a all’insaputa certo di chi li fa e di chi li va a vedere, questi film così banali in apparenza, ma nell’intimo così straordinariamente significativi, sono il commiato dolcissimo di un mondo che scompare, il canto del cigno della civiltà settentrionale…

Nella parte “caleidoscopica” di questi films, gli asterismi, le mobili geometrie, le ruote rotanti sono affidati a grovigli di ballerine e ballerini bianchi che si raggrumano, si attorcono, si sciolgono attraverso un ripetuto e moltiplicato ribattere di specchi. Tale questo vivente caleidoscopio dolcissimo e mostruoso, questo magico tritacarne che l’uomo riduce a ciccia da polpette, a vermicello, a filo, a rosa, a stella, a medusa. Non conosco altro esempio in cui il pathos, l’angoscia di certi sogni che stanno tra l’incubo e la coreografia onirica siano riprodotti con altrettanta fedeltà; quei sogni in cui ritroviamo nostro padre trasformato in campanello di porcellana…

Alberto Savinio
(da Film per tutti e per nessuno, Broletto, Como 1935)