Ma non è una cosa nuova

Si parla molto ultimamente di “clima di feroce ostilità in Rete e oltre i confini del mondo digitale”, di “come porre un argine a questa deriva”, dell’importanza delle parole, come se fosse una cosa nuova ma non è così. La prepotenza dell’insulto e la diffamazione a mezzo stampa è vecchia come… la storia della stampa.
Una volta questa possibilità era riservata a pochi privilegiati, nell’era della rivoluzione digitale, e soltanto da qualche anno, le possibilità sono notevolmente aumentate grazie alla Rete. Ma, ripeto, non è una cosa nuova e, secondo me, non è la Rete il problema. Anzi.

Potrei citare tanti esempi ritrovati nel corso delle mie ricerche (vorrei ricordare che il mio campo di ricerca è la storia dello spettacolo nel secolo scorso), articoli diffamatori che in casi estremi hanno rovinato la reputazione e la carriera dell’interessato/ta, molti (erano altri tempi) sono finiti in un duello, pochi in una rettifica volontaria senza l’intervento dei tribunali.
Nell’esempio che vi propongo si tratta della replica di un giornalista all’articolo di un collega. Siamo nel 1948.

Il giornale (…) di Torino, del (…), ha pubblicato in terza pagina, al posto del — un tempo— letteratissimo “elzeviro”, degli appunti di (…), dal titolo: Dizionarietto: Lettera N.
Il primo asterisco è questo:
« Nannarella — Le attrici del cinema di un tempo, eran cafone (Elena Vitello) che aspiravano diventar gentildonne (Francesca Bertini); molte d’oggi sono e restano sguaiate, e dalla loro bocca esce, a tratti, un parlar che sa di fogna. Ricompare al “varietà” Linda Pini, i capelli argentei, violaci, vaporosi, il vestito pailleté, e fila la nota del sentimento, ricorda — romanticherie! — la guerra del ’15. Nannarella, le calze a sbrendoli, in maglione, discinta, sprofondata (la parola adatta sarebbe un’altra) nella poltrona di un albergo milanese, immagine perfetta di un mondo di borsari neri, specchio fedele di questo dopoguerra, tratta milioni ed esclama, col “noi” maiestatico: — Nun riceviamo…
Anche Arletty, la vecchia e, dicono, “collaborazionista” Arletty, preferiva l’air canaille, le parti di malafemmina, ma con che finezza, con qual gusto della composizione del personaggio, le recitava! Perché i francesi sono accademici pur alla taverna, o peggio. »

Ora, noi domandiamo a questo individuo che cosa mai possano avergli fatto le attrici in generale, e la Bertini, la Pini, e la Magnani in particolare. Certo malcostume italiano di indiscrezione pettegolezzo e sudiciume, alimentato dalla maggior parte dei settimanali in rotocalco non specializzati, è giunto a tal punto che il dileggio e l’insulto stanno alla base del vivere comune di certa gente, e — purtroppo — dello scrivere corrente di certa altra. Per questo gentiluomo, la Bertini che seppe portare la sua vita ad una incomparabile raffinatezza, fu soltanto “cafona” e molte attrici d’oggi sono e restano sguaiate, e dalla loro bocca esce, a tratti, un parlar che sa di fogna. E dalla bocca di questo magnifico signore che cosa esce? Gli dà fastidio, a questo splendido gentiluomo, che la cara, gentile e come noi non più giovanissima Linda Pini, faccia del “varietà” per guadagnarsi la vita. E ci sputa sopra, l’individuo; e si forbisce le labbra golose nel dileggio: i capelli sono violacei — dice —; il vestito è pailleté, e ricorda la guerra del ’15. La ricorda lavorando, con una dignità che la onora (non si può tutti essere dell’onorata guerra del ’40), con un gusto ed una misura che la rende, oggi, incantevole quanto ieri; amata come ieri. Perdoni, signora Pini.
E Anna Magnani, la vede addirittura a sbrendoli, discinta e sprofondata (ma la parola sarebbe un’altra), capite? Ma crede il gentiluomo che a questo punto ci sia ancora qualcuno che abbia bisogno di riflettere per collocare nell’aurea sua prosa, la parola che egli — il dignitoso, l’educato, il raffinato — non ritiene di poter scrivere? Anna Magnani, immagine di borsara nera? Perdona, Anna cara, perdona, tu che la vita d’arte te la sei fatta da sola lavorando sempre, e sei oggi la più popolare attrice italiana del mondo. Ti ricordo esordiente, Anna cara, in Compagnia di Dario Niccodemi, modesta e diligente, e povera come tutti noi. Pure, l’equivoco Magnani con i vari gentiluomini (…) dovrà essere risolto, poiché ormai luogo comune confondere l’attrice e la donna; senza contare che Nannarella, vezzeggiativo familiare, un (…) qualsiasi, non ha alcun diritto di pronunciare, e dica perciò la signora Anna Magnani.
Le attrici italiane hanno molta educazione, tanto da farne parte ai vari cialtroni nazionali; che tale è colui che insulta dalla pagina di un giornale per solo sadismo di dileggio.

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Alle origini dei concorsi di bellezza

La Reine des Halles 1881. Bibliothèque nationale de France
La Reine des Halles 1881. Bibliothèque nationale de France

Le Reginette avventizie — diremo così — non le abbiamo inventate noi. Neppur i Parigini d’ieri. Bisogna risalire fino al XV secolo per ripescarne la genealogia. Un albero che ha dei rami ben annosi e ben frondosi. Dei quarti di nobiltà che destano giustificate invidie nei cultori d’araldica…. Non è una nobiltà da Crociate per la qualità. Ma l’origine remota compensa a usura!

Le Reginette s’eleggevano per la mezza quaresima. Gli archivi della sporadica regalità esistono solo nelle fantasie e intorno alle origini della Regina della Mi-Carême si è molto fantasticato. Per qualcuno, come le pazzie del carnevale trovano la loro ragione nella prospettiva dei quaranta giorni di astinenza e di penitenza rigorosa della quaresima Cattolica: l’esplosione gioconda della mezza quaresima trova la sua ragione nel bisogno di rompere per ventiquattr’ore i digiuni neri e le privazioni.

La truie qui file
La truie qui file, 24 rue des Poirées

Il giorno della mezza quaresima i mercatini — les messieurs e les dames des halles — l’avevano dedicato a far baciare ai novellini la Truie qui file scolpita sull’angolo d’una delle case del mercato delle bietole. Era una specie di rito d’iniziazione degli aspiranti mercatini. All’iniziando, i vecchi mentre baciava la Truie qui file con uno scappellotto facevano battere il naso… non si sa bene in qual parte della scultura. Si levava allora dalla folla dei bietoloni già fatti un gran coro di risate.

Presto si provò il bisogno di dare un contorno, o meglio, di fare uno sfondo a questa cerimonia che, coll’andar dogli anni — ripetendosi — perdeva ogni attrattiva. Si pensò allora di eleggere dei Re e delle Regine: i quali governassero per un giorno e presiedessero alla ricreazione dello spirito dei loro sudditi. I Re di Francia si divertivano molto; ma i sudditi non prendevano parte a quei divertimenti. E per questo fecero la prima rivoluzione. Al Re assoluto per diritto divino sostituirono un Re elettivo per volere di popolo. Andarono oltre: elessero anche la Regina. La Sovranità popolare volle ammogliare il Re a piacer suo. Il popolo voleva — evidentemente — una Regina di suo gusto, che riunisse quelle doti di bellezza e di grazia che affascinano le folle. La coppia Reale dopo aver fatto un giro per le strade del quartiere del mercato, accompagnata dalla Corte e seguita da un codazzo di popolo, assisteva alle feste che terminavano con un gran ballo. Ed è probabile — la tradizione in qualche paese è conservata — che il Re e la Regina d’un giorno facessero le spese di quel ballo!…

Nessun documento lo dice; ma è ben possibile non si trovassero più — dopo qualche anno — degli aspiranti alla Corona. I tempi si facevano difficili per la costosa Regalità. Le casse private non si prestavano volentieri; e a quelle pubbliche v’attingevano solo i ministri del Re di Francia.

La festa decadde. Gli antichi splendori impallidirono e presto furono solo un ricordo. La tradizione moriva nel mercato. La raccolsero le lavandaie — il gaio e chiassoso stormo femminile che affollava i grandi barconi lungo le rive della Senna.

Le lavandaie della Senna scelsero il giovedì della terza settimana di quaresima per dare un gran ballo in restituzione di quello loro offerto dagli studenti nell’ultima settimana del carnevale. Il ballo si svolgeva a bordo dei grandi barconi. La Senna, spettatrice e complice involontaria dei fatti criminosi della Tour de Nesle, si rifaceva con questo irrompente dilagare di spensieratezza e di riso. Come nel castello turrito, una Regina…. Come in quello di una vera Regina — elettiva — faceva gli onori di casa squisitamente. Ma i suoi invitati tornavano a terra tutti, con la gioia negli occhi e forse una nuova passione nel cuore…. Lavandaie e studenti trovarono modo di ringiovanire annualmente la tradizione. Alla mezza quaresima la Regina della gioventù spensierata e dell’allegria popolare, libera dal freno dell’etichetta, tornava varia di nome e di figura — eguale sempre nel significato — a metter la nota gaia nello squallore del periodo della mortificazione dello spirito e della carne.

La tradizione resistette ai tempi più burrascosi. Solo l’uragano della Rivoluzione la spazzò via di netto. Il Novantatrè che soppresse con decreto di Governo il Re e la Regina nelle carte da gioco e negli Scacchi, non poteva tollerare la Reginetta da burla per la strada. Non ci sarebbe mancato altro! Riprese vita col rifiorire della giocondità e vivacchiò alla meglio fin che nel 1832 la follia della Mi-Carême segnò uno dei periodi più luttuosi per Parigi devastata dal colera. Da allora agonizzò. Qualcuno ricordando — senza trovarle — le cause del tarlo mortale rodente la festa gioconda, osservava: Les uns disent que notre gaieté s’en va; d’autres affirment que le bon sens nous vien…

S’era il buon senso che arrivava rifece la strada presto. S’era la gaiezza che se n’andava trovò lesta la strada del ritorno. Scomparsa la convulsione politica che agitò la Francia lungamente: trovato l’equilibrio al nuovo ordinamento dello Stato, la tradizione ritornò. La canzone della spensieratezza riprese il suo ritornello chiamando a raccolta quel garrulo sciame di studenti e lavandaie, di sartine e modiste che ha avuto per storico e per poeta Henri Murger.

Il carnevale era moribondo. Il bue grasso non interessava più alcuno. Studenti e lavandaie lanciarono la nota galvanizzatrice della loro festa tradizionale lungo i Boulevards sorpresi, stupefatti, increduli davanti a quell’onda di buon umore, a quell’irrompere sfrenato del bisogno di divertimento. Si riscossero: applaudirono, si unirono alla torma festosa, e in breve le poche ore della mezza quaresima segnarono lo zenit della pazzia carnevalesca. Le vecchie maschere abusate, uggiose, tristi: le mascherate senza spirito e miserevoli nel costume e nell’impertinenza, scomparvero definitivamente. Si sostituì un corteo di gioventù florida, divorata dalla gioia del vivere, presa dal bisogno di espandere la propria vitalità in un ambiente in cui tutto parlasse di vita, di allegria, di grazia, di bellezza. Gli artisti diedero la loro opera nell’organizzazione di quel Corteo…. I poeti di Montmartre gli dedicarono le più felici ispirazioni della loro Musa. I musicisti domandarono alle note gli aggruppamenti che sottolineassero quella allegra gazzarra.

In breve tutti furono travolti; anche le autorità! La Terza Repubblica non ebbe timore di quella Regina d’un giorno. Si convinse che la Monarchia era tramontata davvero in Francia. E il Presidente, ricevette S. M. la Regina della Mi-Carême all’ Eliseo, e le fece dono d’un braccialetto. Felix Faure fece forse con la Regina novella le pratiche per trattare con le Regine vere. Non si tolse il berretto frigio innanzi alla Sovrana: ma baciò galantemente la mano alla donna.

La condizione, per quanto precaria, di Regina, assurse a dignità. Non si rovinavano più come nei tempi andati. C’era da guadagnare — almeno la celebrità d’un giorno. La quotazione massima nella Borsa della Bellezza. Le Regine allora si moltiplicarono moltiplicandosi i Regni. Les Dames des Halles rivendicarono la priorità dei loro diritti. Senza noie di notai, ma con gran lavoro di diplomatici, si trovò un componimento. La nuova Parigi poteva ben pagarsi varie Regine. E nel 1904 poteva offrire queste carte da visita: S. M. Jeanne Leclinf Reine des Reines; S. M. Sarah Balmandier Reine des Reines de la rive gauche; S. M. Germaine Luzeux Reine des Halles.

Regalità di nuovo conio era al suo apogeo. La cinta di Parigi la soffocava… Il desiderio di stringere relazioni coll’Estero sorse rapidamente… Non era forse incominciata una specie di contraddanza (les visites…. des Lanciers) diplomatica fra i Capi di Stato d’Europa? Il Protocollo delle Regine dei Mercati iniziò il suo funzionamento. Le Loro Maestà visitarono le Sovrane amiche e alleate.

La costumanza della Regina dell’allegria popolare aveva valicato le Alpi. La più antica monarchia d’Italia vedeva sorgere la prima Regina elettiva dei Mercati italiani nella sua stessa capitale: Torino. Nel 1902, la prima “Regina” fu! La Regina di Porta Palazzo…
(segue, alla prossima!)

Addio al film muto, novembre 1931

didascalia
Didascalia di un film del cinema muto

Roma, novembre 1931. Il film muto è sparito da i nostri schermi di maggiore importanza, e tra non molto sparirà anche da quelli d’importanza minore, se prima non saranno spariti questi schermi addirittura.

Questo è fatale; e nessuna ribellione di pubblico varrà a ripercorrere in senso inverso il cammino che il film ha compiuto fin qui; non varrà, non soltanto perchè questo cammino è un progresso scientifico e tecnico, ma anche — e diciamo pure sopratutto – perchè il risultato di un grosso gioco finanziario americano, contro il quale nulla vale; tanto più, aggiungiamo, in quanto che le proteste, se proprio vogliamo considerarle come tali, partono da una minoranza esigua a fronte di quella enorme maggioranza che ha già accettato il film parlato.
(Il Vangelo spiegato al pubblico, Kinema, novembre 1931)

Ieri e oggi. Addio al 35mm, dal gennaio 2013 le major non distribuiranno più copie in pellicola. Altro nel forum Proiezionisti.com 

Piccola riflessione. Risulta evidente che non sarà possibile trasferire in digitale tutti film in pellicola che in questo momento possono proiettarsi in qualsiasi sala del mondo, quindi una gran parte del patrimonio cinematografico mondiale scomparirà.  

Ettore dagli occhi azzurri

Venerdì 15 novembre 1946, poco prima delle 14, Ettore Grande circondato dai familiari e dai difensori si affacciò libero alla soglia della Corte di Assise di Novara. Ci fu incertezza se farlo scendere subito nel cortile; il pubblico assiepato sullo scalone dell’atrio minacciava di travolgerlo. Il furgone grigio dei detenuti non era tornato dal carcere. Il brigadiere che accompagnava Grande riflettè un momento, poi, comprendendo comprendendo che anche un breve indugio sarebbe parso eterno a chi aveva scontato otto anni di carcere, prese una decisione. Così la mancanza del furgone, la decisione del brigadiere e il gridare “ a piedi, a piedi” della folla, dettero luogo a una breve passeggiata. Preso in mezzo al suo pubblico, accompagnato dagli applausi e dagli abbracci, Grande attraversò la piazza per raggiungere il carcere. Dinnanzi al portone posò per i fotografi; agitò le mani, salutò, ringraziò. Grande rientrato in carcere per l’ultima volta, non doveva che sottoporsi a una formalità. Passò dalla matricola, dove il personale lo accolse con saluti e felicitazioni. Lo chiamarono dottore. Infine salì a prendere il suo bagaglio e a salutare i compagni.

Ettore Grande era stato trasferito nelle carceri di Novara due mesi prima e destinato in una grande cella con cinque o sei altri detenuti quasi tutti politici. Tra i suoi compagni c’era un laureato di origine svizzera, accusato di collaborazionismo. Costui, uscito qualche tempo prima, a processo iniziato, non mancò di parlare del suo eccezionale coabitante in un certo caffè di Novara. Il laureato svizzero conversava spesso con Grande in italiano, francese, inglese e tedesco.  I clienti del caffè richiesero altri particolari. Grande — nelle lunghe ore di ozio, prima del processo — leggeva i Vangeli, l’Imitazione di Cristo e i Promessi sposi. E poi?, gli chiesero. Raccontava molto del processo, del suo caso. In cella si trovavano giovani che qualche volta si distraevano con trovate sguaiate. Grande non partecipava mai, era molto riservato, si limitava a osservare. E cosa diceva? Ai suoi compagni diceva le stesse cose che ripetè in aula; agitando un unico argomento fondamentale, ripeteva di essere innocente.

Grande diventerà forse, se riuscirà a liberarsi completamente dell’ultimo sospetto insinuato nella sentenza di Novara, l’innocente dei nostri tempi. La storia di Ettore Grande si sovrapporrà nella realtà vicina alle storie degli innocenti romantici. Diventerà un Fornaretto vivo. Il suo volto fanciullesco, i suoi occhi azzurri, i suoi improvvisi rossori, la estrema educazione, la raffinata compitezza gli conferiscono un a’aria disarmata di adolescente. Molte signore lo hanno idolatrato per questo; molte popolane lo hanno visto, esattamente, sotto l’aspetto di un Fornaretto: di un debole, indifeso giovane vittima di una congiura di potenti. Quando il il suo difensore  avvocato Delitalia proclamò che “l’orgoglio dei Virando” aveva sacrificato quest’uomo (l’altro suo difensore lo chiamò una volta fanciullo: un fanciullo di 43 anni), le sue ammiratrici  ebbero la gioia di sentire definito obbiettivamente l’oscuro istinto che le aveva guidate nella loro scelta, quando preferirono Ettore alla madre e al fratello di Vincenzina. Appassionandosi maternalmente alla parte, alcune signore arrivarono a commentare con sommessi brusii di disapprovazione e di incredulità le rievocazioni delle virtù della morta.

Quando Grande rientrò in carcere da uomo libero, la voce della sua assoluzione era già corsa di cella in cella. I compagni aspettavano che egli andasse a salutarli, probabilmente gli avranno anche affidato incarichi o missioni; nessuno avrebbe comunque impedito che Grande compisse questo gesto di solidarietà. Ce lo disse: «Prima di tutto voglio salutare quei disgraziati». Pronunziò anche una frase abbastanza comune, ma detta da lui non era priva di efficacia: «Se tutti gli uomini passassero attraverso l’esperienza del carcere, penso che ne uscirebbero migliorati».
corrispondenza di Gianni Calvi (La Follia di Novara, L’Europeo, 24 novembre 1946)

Per sapere di più sul caso di Grande-Virando 1938-1951 questa pagina nel sito di Donatella Cane.