Gustavo Bonaventura poeta della luce

Dopo il teatro, Gustavo Bonaventura 1912
Dopo il teatro, Gustavo Bonaventura 1912

Ci sorride d’un sorriso un po’ stanco… È lunga la posa!

Nell’atteggiamento romantico rivive la terzina del Prati: ha il corpo proteso in avanti, una mano sulla gonna a cerchioni e l’indice al labbro. (Spicca sul candor della spalla un ricciolo enorme, raccolto in voluta dal ferro sapiente).

Il gomito posa sulla colonna di legno scolpito (oh la gran pena per far risaltare, in ogni ritratto, l’ornato di quella colonna!) e sopra c’è un vaso ricolmo di fiori dritti, con gli steli sottili e le corolle di carta, arrotolate, piegate, come mani che afferrano qualcosa.

Una tinta giallastra riveste di tempo la figura dell’ottocentocinquanta ed invade, raccoglie, nella stessa atmosfera soffusa, il paesaggio di sfondo: un mare leggermente in tempesta, con l’onda ripiegata nell’orlo suo spumeggiante… come quel riccio, come quel fiore di carta.

E vi amiamo così, per il pessimo gusto, per la gravità che s’annida sotto la tesa d’un cilindro svasato, per l’impaccio creato dall’abito nuovo, con le sue pieghe rigide, messe discoste, per poterle enumerare più tardi, sopra al ritratto.

Del resto la lastra doveva tutto raccogliere: i gioielli, la trama del merletto prezioso, la quantità dei capelli, il modo di comporre la treccia…

Era la fotografia, per chi si faceva ritrarre, una specie d’esposizione, un testamento di estetica, un certificato di posizione sociale — sarei quasi per dire.

Mostrarsi sotto la veste delle occasioni, dire a se stessi: « È molto più bella la copia, siamo sinceri! » dire agli amici: « Non è meglio l’originale? » era l’unico scopo per chi sostava sotto lo sguardo dell’obiettivo.

Ma il male era che nella gara si metteva anche il fotografo il quale voleva diffondere tutta la varietà de’ suoi sfondi, tutto lo splendore dell’atelier ricco di ori e broccati.

Si caricava quindi il negativo fino a soffocar la persona in quel barocchismo di stoffe a di ornati, non pensando alle cose più elementari… al contrasto, per esempio, fra un paesaggio di neve e la signora in ampia scollatura!

Ma questo non era d’importanza eccessiva: l’interessante consisteva nel vedere, voltando il ritratto, una serie di medaglie d’oro, sovrapposte le une alle altre, come nell’etichetta di un liquore premiato.

David Octavius Hill fu il primo a sacrificare il dettaglio affinché risultasse l’insieme; a sopprimere spesso lo sfondo, a preoccuparsi della figura in primo piano, avvolgendo nella penombra lo sfondo allo scopo di creare del vuoto.

Lo dobbiamo considerare quindi come un innovatore, come il precursore anzi della nuova estetica che cerca di affermarsi, e che vogliamo studiare. Non ebbe seguaci, o pochissimi.

I buoni fotografi non vollero vedere al di là dalla bella fotografia da salotto che s’otteneva macchinalmente, senza gravi pensieri; un appoggio per la testa, uno sfondo arioso e ben fatto, due colpi alle tende azzurrine per gettare un po’ d’ombra… e lo scatto per il tempo di posa conosciuto a memoria.

E a questo punto sono rimasti molti ancor oggi, ed alcuni (come Reütlinger e Manuel, per citare la Francia) che vanno per la maggiore, e si ostinano a mettere in mostra nella esposizioni annuali del Photo Club o del Linked-Ring di Londra fotografie nelle quali risalta l’opera della manicure nelle unghie perfette, e nelle quali si contano ad una ad una le perle della collana preziosa, e si può copiare persino il disegno dell’applicazione dei merletti!

A continuare l’opera dell’Hill, sorse il Dürkoop che soffocava nella sua stanza di posa. Dalle vetrate pioveva a fasci la luce, ma non era l’immensità: ci voleva tutto il profondo dell’aria!

E nell’aria libera volle tuffarsi. Indagò, scrutò tutti i giochi del sole attraverso le fronde degli alberi e i fili dell’erba, i gorghi dell’acqua ed i solchi dei campi, e nell’ondeggiamento dell’ombre, e nelle chiazze di luce volle comporre i suoi quadri.

Ma non poté scrollar dalle sue spalle tutto il passato: gravava. Il convenzionalismo l’attanagliava a strette improvvise ed allora faceva quei gruppi di maniera, glaciali.  E di questo doveva soffrire; soffrirne fino ad aggrapparsi all’impressionismo più ardito allorquando sentiva il presagio d’un’arte libera, senza più freni; d’un’arte giovane, innalzata da giovani, acclamata da giovani come lo Stieglitz, da secessionisti come Clarence White, da suggestivi come George Seeley ed Edward J. Steichen.

A quest’ultimo maggiormente si accosta Gustavo Bonaventura, anima geniale di artista, soffusa da leggera tristezza… « une tristesse qui est presque un bonheur! »

Oh la tristezza dell’ora in cui l’ombra riempie una stanza!

Si annida in un angolo, nel vano di un mobile, e gradatamente si stende come un velo su tutto. Così l’avanzarsi lento, implacabile dell’ombra notturna, si vede, si sente. Lo gridano le piccole cose: gli specchi, i metalli, nel bagliore che muore come lo sguardo nelle palpebre stanche!

Col cuore chiuso, ci rifugiamo dov’è la finestra. Aperta, inquadra il cielo d’una chiara freddezza, e sembra che l’ultimo riflesso non abbia la forza di entrare nella camera buia. Si resta così, con la schiena contro quel cielo di una rara freddezza, indicibilmente accorati, senza un perché.

E molti ritratti del Bonaventura rispondono a questo stato d’animo; sembrano composti « dans l’océan du soir morne et délicieuse », sembrano avvolti in un medesimo velo: un velo che ha la mestizia di un sorriso malato, la pacata malinconia di un addio verso chi parte e si ama, la nota uguale di una nebbia che smorza i rumori, la patina posata dal tempo sulla tela e sull’oro, la traccia del profumo ancora raccolto nella piega d’un guardinfante fiorito.

Al principio proclamato dal Manet: « il principale personaggio di un quadro è la luce » ha unito quello che può definirsi l’ideale che lo tortura: « vedere e ritrarre l’anima della persona che posa ».

Attorno ai volti vedeva fluttuare un’atmosfera, un alito quasi, che tagliava, ammorbidiva, scolpiva i lineamenti, a seconda della fiamma interiore, un riflesso che bisognava fermare, e per fermarlo non c’era che la sfocatura sul vetro.

Ma i ritratti sfocati erano freddi, il velo ottenuto affogava nell’indeterminatezza dei contorni, falsava l’immagine, impedendo che si vedesse oltre, attraverso. Torturato dal pensiero di avere una lente che potesse vedere come voleva, fa prove e riprove, sino ad inventare l’obiettivo capace a dargli il flou che cercava.

In pittura era un impressionista e tale è rimasto nell’arte sua nuova; un impressionista che però non combatte per il divisionismo, non analizza la luce. Ne’ suoi quadri (insisto in chiamarli così) non ci sono stridori di bianchi e di neri, ombre taglienti e chiari di smalto.

Più che il contrasto, cerca la fusione di luci disparatissime: una fusione che non è la solita sfumatura dai toni più caldi a quelli più luminosi, ma il succedersi rapido, spesso convulso, di ombre che si frastagliano per poi sovrapporsi ed affogare di nuovo sopra uno sfondo di una bianchezza lanosa.

Sono allora le tinte d’accordo (sovente un lievissimo segno di tonalità intermedia, o completamente stridente: e sta  lì l’opera d’arte) quelle che creano la sinfonia delle luci, la melodia che si svolge sopra il medesimo tema: l’ombra nella quale la persona si agita e ch’è il riflesso dell’anima.

Nei ritratti si avvicina, per la pastosità dei toni, maggiormente Van Dyk che al Rembrandt, negli sfondi rivivono Gainsborough e Romney, negli interni luminosi o profondi di un’ombra dorata ricorda i quadri di Pieter de Hooch.

Artista coltissimo, ha innato un meraviglioso segreto: sentir la persona che vuole ritrarre, armonizzarla all’ambiente del quadro ideato, far rivivere, come consigliano Demachy e Puyo nel loro libro: Procédés d’art en photographie, un grande pittore.

Seguace del Seely cerca « isolare gli elementi importanti per aumentare le vibrazioni dell’aria » ed è forse per questo suo amore alla semplicità del soggetto che non ha creduto seguire il Seely nella composizione di quadri.

Ed è male, poiché le sue fotografie di Roma notturna, ed i paesaggi arieggianti — come il Falciatore — al Millet, promettono molto, avendo anche in quelli cercato l’anima delle cose e dell’ora.

E questo tormento a volere fermare il pensiero che arde dentro e talvolta affiora nell’angolo delle labbra socchiuse, l’ha trascinato talvolta a composizioni giudicate arditissime e per le quali fu da qualcuno chiamato « fotografo spettrale ». Ed è in questa ironia credo non si potesse racchiudere lode maggiore.

« Lo spettro è un’anima » — dice Shakespeare — « un’anima che ha più consistenza del corpo ». Gustavo Bonaventura ha saputo ritrarre l’anima… ed infondere la sua laddove al soggetto mancava.

Certo è giovane, e come tale, irrequieto, in cerca affannosa di effetti nuovi, intentati.

Più della luce è forse poeta dell’ombra, ma d’un’ombra ch’è luce.

E tutta la trasparenza de’ suoi chiari ariosi, e tutta la profondità voluttuosa delle sue ombra dorate, sa trovarle dovunque: nel vano d’una finestra, nell’angolo d’una parete.

E lì trasporta la macchina, e lì compie quello che molti s’ostinano ancora a chiamare: produzione meccanica!

Enrico Raggio, Roma 1912

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Fotografare è un mestiere

foto germaine krull 1929
Die Menge, foto di Germaine Krull (1929) fonte artnet Galleries

Fotografare è un mestiere. Un mestiere d’artigiano. Un mestiere, che si impara, che si fa più o meno bene, come tutti i mestieri. L’arte, c’è in tutti i mestieri ben fatti, perchè l’arte è una scelta. La prima scienza del fotografo è di saper guardare. Si guarda con i propri occhi. Lo stesso mondo, visto da occhi diversi, non è più completamente lo stesso mondo. E’ il mondo attraverso la personalità. Con un solo scatto, l’obiettivo registra il mondo dall’esterno ed il fotografo all’interno… Ogni angolo nuovo moltiplica il mondo per se stesso. L’apparecchio non ha da inventare, combinare, truccare. Non è pittura, nè imaginazione. Il fotografo è un testimone. Il testimone della sua epoca. Il vero fotografo è il testimonio di tutti i giorni, è il reporter. Che egli non mantenga sempre l’occhio a un metro e cinquanta del suolo, al suolo d’oggi, di questa mattina, di questo giovedì mattina…

Germaine Krull (1930)

Link artnet Galleries

La famosa e ricordata nevicata del 1956

Ovindoli, Abruzzo, febbraio 1956
Ovindoli, Abruzzo, febbraio 1956

Febbraio 1956.

«Floresta è sepolta dalla neve. Siamo isolati da sette giorni. La neve è alta due o tre metri e il suo peso minaccia di schiacciare le case. Non abbiamo una farmacia. La popolazione è assiderata e abbiamo bisogno di indumenti e di viveri. Nevica ancora. Chiediamo una spedizione di soccorso, un aereo, un mezzo qualsiasi che ci porti dei medicinali, cibi e coperte». Drammatico appello, lanciato dal sindaco di questo comune di Messina, arrampicato a 1900 metri sul livello del mare.

Tutta l’Italia era un manto di neve. La peggiore nevicata dal 1929, al punto di meritare una voce su wikipedia, e una canzone (omonima) di Mia Martini…