Piacere, Ettore Scola

«Piacere, Ettore Scola» glielo sentii sussurrare una mattina in chiesa, dopo l’invito del prete a scambiarsi un segno di pace. Alle signore che gli tendevano la mano tra gli inginocchiatoi disse proprio così e scoppiamo tutti a ridere. Eravamo lì per il matrimonio di un parente stretto e quindi non potevamo esimerci, ma la partecipazione spirituale di mio padre non era perfettamente allineata a quella funzione, come spesso accadeva.
Silvia Scola
(piacere, Ettore Scola, a cura di Marco Dionisi e Nevio De Pascalis, Edizioni Sabinæ, Roma 2016)

Due immagini della Mostra Piacere, Ettore Scola al Museo Carlo Bilotti di Roma (dal 17 settembre all’8 gennaio 2017) dove si racconta la vita professionale e privata di un grande personaggio: dall’infanzia a Trevico, fino all’ultimo film Che strano chiamarsi Federico, omaggio all’amico e collega Federico Fellini.
Fotografie, disegni, oggetti di scena, carteggi e video per ricostruire vita e lavoro di «un professionista eclettico, complesso, acuto e amaro osservatore del costume nazionale» come ricordano i due curatori, Marco Dionisi e Nevio De Pascalis.

Mostra piacere, Ettore Scola al Museo Carlo Billotti, Roma

Costumi e disegni di Odette Nicoletti per il film Il viaggio del Capitan Fracassa (1990)

Mostra piacere, Ettore Scola al Museo Carlo Billotti, Roma

Non mancate e… piacere mio!

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Il bandito, di Alberto Lattuada, ovvero il ritorno del reduce

Copertina della brochure del film
Copertina della brochure del film

Secondo appuntamento con il cinema di Alberto Lattuada, domani 2 agosto, ore 8.55 su RaiMovie.

Il reduce, è un soggetto originale di Alberto Lattuada, che Carlo Ponti, produttore esecutivo di La freccia nel fianco, gli aveva rifiutato:

« De Laurentiis era a Milano con la polmonite, in ospedale. Gli ho telefonato e la suora l’ha chiamato. Mi ha detto: “Guarda che lo faccio io Il reduce. Lascia stare gli altri.” “Ma sei malato, parliamone, vengo a trovarti.” “Sì, sì, sono malato, ma non preoccuparti, io produco il film, lo produco io, stai tranquillo” ».
Alberto Lattuada
(L’avventurosa storia del cinema italiano, Feltrinelli 1979)

« La storia di Il bandito (avevo cambiato il titolo) mi piacque subito molto perché rispondeva al mio modo di vedere il cinema all’epoca: un’Italia sconfitta, che usciva dall’occupazione tedesca e americana, dava modo di trovare delle storie umane che, come si dimostrò, potevano interessare in tutto il mondo ».
Dino De Laurentiis
(Dino – De Laurentiis, la vita e i film, Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Feltrinelli 2001)

Si girerà a Torino…

Torino, 31 marzo 1946. Ferve il lavoro di preparazione per il film Il bandito che si girerà a Torino il mese prossimo e che avrà a protagonisti Amedeo Nazzari, Anna Magnani, Carlo Campanini, Carla Del Poggio. Nei giorni scorsi, il produttore Dino De Laurentiis e il regista Alberto Lattuada hanno attentamente esaminato, in fotografia e di persona, oltre quattrocento bambine tra i sette e i dieci anni onde scegliere quella che dovrà apparire, nel ruolo della figlioletta di Campanini, come una delle interpreti principali di questa produzione Lux-De Laurentiis. L’esame a la selezione hanno avuto buon esito e l’attenzione di Alberto Lattuada si è accentuata su cinque bambine che saranno ora sottoposte ad ulteriori provini avanti di procedere alla scelta definitiva. Il film Il bandito, essendo i teatri della Fert tutti e tre impegnati dalla Dora Film che vi realizzerà I cinque giorni di Re Murat, si girerà forse nei locali dell’ex-Arsenale, opportunamente adattati a teatri di posa.

Dino…

« Dino de Laurentiis venne a Milano e mi fece firmare un contratto per una pellicola che si sarebbe girata interamente a Torino. Ci accordammo sulla data di inizio, mi diede 25.000 lire a titolo di anticipo e ci salutammo. Ma alla data d’inizio pattuita io mi trovavo ancora a Milano, impegnato con le ultimissime riprese del film di Vergano (Il sole sorge ancora n.d.c.). Abitavo in una pensione di via Pontaccio. Una sera, saranno state le due dopo mezzanotte, si presentarono un ufficiale dei carabinieri e un appuntato armato di mitra. Il padrone della pensione venne a svegliarmi e mi consegnò nelle loro mani. I due, imponendomi di non rivolgere neppure una domanda, mi fecero indossare soltanto il cappotto sul pigiama che avevo indosso e mi caricarono su di una 1100 Fiat militare. L’ufficiale guidava e l’appuntato, sempre col suo mitra in braccio, mi teneva d’occhio. Per quanto angosciato, dopo un’ora di viaggio finii con l’addormentarmi. Mi svegliai a Torino, Giunti all’albergo Sitea, mi fecero scendere. L’ufficiale chiamò qualcuno al telefono della réception e, rivolto a me, mi disse: « Ora te lo passo ». Mi pareva di sognare. Presi il ricevitore, e sentii: « Sei arrivato, Tontarello? Adesso vatti a riposare, caro. Ci vediamo domattina con Lattuada ». Era Dino De Laurentiis. Per quanto mezzo pesto per la scomodità del viaggio, la cosa mi divertì talmente e mi fece entrare di colpo De Laurentiis in tale simpatia, che non potei serbargli il minimo rancore per quel “rapimento” ».
Aldo Tonti
(Odore di cinema, Vallecchi Editore 1964)

Torino, aprile 1946. Allegoria di nuvole rosa nell’alba di aprile. Fosforescenza, emotività, ansia di vita. Attimi di gioia colti sui rami dei peschi. Sono le 8 del mattino. Ho un appuntamento con Dino De Laurentiis, l’ispettore di produzione del film Il bandito, che si gira attualmente a Torino, protagonista Amedeo Nazzari, Anna Magnani, Carlo Campanini, Carla Del Poggio, Mino Doro, Eliana Banducci e Piero Lulli. Devo confessare che  gli ispettori di produzione li ho sempre immaginati fegatosi, accigliati, inconciliabili, stivaloni alla D’Artagnan, satiri e anzianotti. Gente insomma che nel mese di luglio ti visita Montecatini terme e a settembre si stabilisce a Chianciano. Ed invece…
Invece quando il portiere mi annuncia, mi trovo dinanzi a un simpatico, dinamico giovane spumeggiante. Olè! dico io. Le presentazioni sono fatte con una cordialissima stretta di mano.
— Scusi — mi dice De Laurentiis — attendo una telefonata urgente. Non diverrà arcigno se parliamo nella cabina telefonica?
Scoppio in una risata… romana. Voilà, amico, i giornalisti lavorano di stilografica anche sui pali del telefono, seduti sull’ala di un aereo o in piedi, virtuosi del motore, su una rombante motocicletta. Lo abbordo con giochi pirotecnici di parole, con una girandola di frasi. Voglio che parli, che sveli qualcuno dei suoi innumerevoli segreti di produzione. E incomincio l’attacco.
— Quanto durerà la lavorazione del film?
— 52 giorni.
— Il primo giro di manovella quando è stato dato?
— Il 15 aprile.
— Chi è il regista?
— Lattuada.
— Dove girerà in esterni?
— A Balme, nella valle di Lanzo, a 50 chilometri da Torino.
— Si fermerà lassù?
— Sarebbe mio desiderio, un po’ di alta montagna mi abbronzerebbe (l’autore, paragonando la sua epidermide con quella di De Laurentiis è assolutamente convinto del contrario). Tuttavia ho degli impegni a Torino e tre volte alla settimana dormirò sui materassi dell’albergo.
— Quali sono i film ai quali ha partecipato dando il suo contributo alla realizzazione?
De Laurentiis, a questo punto, mi domanda la penna. Io… accidenti!
— Tenga la sua stilo, è scarica: questo è il colmo per un giornalista.
Accuso il colpo, ma subito rimedio con una matita che prendo sotto il naso del portiere.
— Signore! — mi dice.
Gli butto 50 lire sul tavolo.
— Ne compri un’altra.
De Laurentiis ha scritto su di un foglio il nome di quattro celebri film: Zazà, Malombra, La donna della montagna, Le miserie del signor Travet.
— Ha progetti per l’avvenire?
— Moltissimi. Spero di portare il cinema italiano sul piano della produzione americana. Lei mi dirà che sono ardito. D’altra parte constato che anche lei come giornalista ha fiuto e coraggio.
— Se dispone di una macchina vengo con lei a Balme.
— Guardi!
— Una fiammante Alfa Romeo, aerodinamica, lussuosa, blu scuro, è ferma davanti al Sitea (l’albergo a Torino n.d.c.).
— Viaggiamo in dieci — soggiunge De Laurentiis. Se lei si accontenta…
— Mi siederò sul cofano del motore, mascotte del suo film.
— Dica piuttosto della Lux-De Laurentiis.
— Accettato.
Trilla il campanello del telefono. Si aggrappa all’apparecchio.
— Pronto… pronto. De Laurentiis.
Penso con nostalgia a Balme, alla montagna, alle attrici… e al Bandito. La telefonata termina.
— Mi chiamano lassù. Parto. Vuol venire?
— A Balme?
La parola mi è rimasta in gola. C’è una giornata di sole, da far rimpiangere lo splendore della Costa Azzurra. Ritorno al giornale. De Laurentiis mi dice ancora:
— Saluti gli amici.
Egli sa che gli amici sono tutti coloro che attendono da lui nuovi film e nuovi successi.
La mia intervista è finita. I lettori sono accontentati.
Elio D’Aurora
(Cine-Teatro)

Nannarella e Amedè…

Torino, giugno 1946. Il bandito, che si gira attualmente a Torino, racconta la storia di un reduce che, respinto dalla società, diventa un fuori legge. La lavorazione procede rapida e sicura, alternando esterni ed interni. Fra i primi sono completi quelli girati a Balme; tra i secondi di grandioso effetto è risultata una festa notturna girata da Lattuada negli accoglienti saloni del Tennis Club Juventus.

Anna Magnani, in un’intervista concessa a Film d’oggi ha detto che:

« Giorni or sono, A Torino, mentre si girava Il bandito di Lattuada, Amedeo Nazzari nel lanciarmi in faccia del liquido sbagliò la mira e mi colpì agli occhi con grave danno delle ciglia finte incollate. La sua disattenzione mi faceva perdere del tempo prezioso; glielo feci rilevare un po’ risentita, ma senza perdere tuttavia il controllo di me stessa. Nazzari mi rispose sgarbatamente, insolentendomi. Il giorno dopo, un quotidiano di Torino attribuiva a me le frasi villane pronunciate da Nazzari, considerandole, peraltro, normale amministrazione. E scriveva: “Con il frasario ben noto, la Magnani…”. È molto triste tutto ciò — ha concluso Nannarella — accarezzando languidamente il suo fedele e venerabile bassotto ».

Poiché all’incidente ero presente e sono l’autore del “pezzo” pubblicato nel quotidiano torinese — che riposto integralmente qui di seguito — chiedo scusa alla signora Magnani ma confermo quello che, per aver visto e sentito, ho descritto.

Nei sotterranei dell’ex-Arsenale, ieri pomeriggio, per poco non veniva mandato a monte un film che ormai è alle ultime fasi di lavorazione. Si tratta del Bandito che, com’è noto, si sta girando in questi giorni a Torino con la partecipazione di Anna Magnani e Amedeo Nazzari.

L’incidente è stato provocato da un bicchiere d’acqua lanciato in viso da Amedeo Nazzari alla Magnani. Il gesto di Nazzari faceva parte di una scena del film che si svolge appunto in un sotterraneo. Ma il bicchiere, almeno secondo la Magnani, avrebbe dovuto contenere una minimissima parte d’acqua… invece! Forse Nazzari, stanco di trangugiare ad ogni prova mezzo bicchiere d’acqua, durante la scena girata (per le prove era una controfigura che si adattava a ricevere in viso la… doccia) beveva meno liquido del necessario, e la Magnani si pigliava così in viso una spruzzata tale da irritarle gli occhi e con gli occhi anche il sistema nervoso.
Apriti cielo: « Amedè, tu l’hai fatto apposta, volevi ridere alle mie spalle! ». E giù una fioritura di epiteti che, per chi conosce la brava ma vivace attrice romana, non è necessaria una particolareggiata descrizione. L’ottimo “Amedè”, per un po’ stette a sentire, ma poi, evidentemente seccato, forse per non rispondere per le rime, prese… cappello e se ne andò, rincorso dal produttore De Laurentiis e dal regista Lattuada. A questa improvvisa mancanza di bersaglio la Magnani, che evidentemente sentiva ancora il bruciore, più che agli occhi ai nervi, esaurì il suo repertorio dialettale romano con l’operatore Tonti che tentava di giustificare Nazzari.
Sopra, in cortile, De Laurentiis e Lattuada, con un brillante inseguimento, raggiungevano il fuggitivo “Amedè” e riuscivano a convincerlo a ritornare a fare la pace con l’oggetto della sua… movimentata doccia. E la pace tra i due ottimi attori era fatta, ma a patto che la scena non fosse più ripetuta. Infatti, sia pure con grande disappunto del regista Lattuada, la scena non aveva alcun bis, se si esclude la doccia, ma questa volta di sudore, che imperlò la fronte di De Laurentiis dopo la laboriosa riappacificazione dei due vivaci attori.
Così la lavorazione del film continuerà. Ma v’è da giurare che il produttore del Bandito non si lascerà sfuggire l’occasione per somministrare ai suoi scritturati una buona dose di bromuro. Non si sa mai!
(Anonimo, Cine-Teatro)

A Roma, sul treno dei reduci…

Roma, agosto 1946. Stamattina ho avuto un appuntamento da Lattuada, per le dieci, alla Stazione di San Pietro. Alla Stazione era stato ingaggiato un intero treno: una locomotiva con ben sette vagoni, o, per essere più precisi, sette carri di bestiame. Non ho il tempo di salutare gli amici, che si sento sospinto dentro un carro, insieme con la macchina e tutto l’occorrente per la ripresa. Ci scambiamo quattro sorrisi e subito imbocchiamo una galleria e l’oscurità più fitta ci avvolge. Il fumo della locomotiva c’investe e qualcuno comincia a tossire. Non si riesce a dire una parola: lo sferragliare del treno ha un rimbombo così forte che copre ogni altro rumore. Finalmente si vedono dei bagliori sulle pareti della galleria che finisce. Ci siamo; è qui che si gira.
Non vi fate illusioni: il cinema non è un « bel mestiere » né un comodo mestiere. Se ci  aveste potuto vedere tutti quanti dopo un quarto d’ora, certamente non ci avreste distinto dai negri o dai carbonai. Lattuada mi dice: « Io ho una passione per le macchine. Se potessi girare un film con molte macchine, sarei un uomo felice ». Io so che il discorso allude a un certo film che gli sta molto a cuore e che vorrebbe fare; ma non sto qui a ripetere cose risapute.(…)
La macchina da presa viene trattata in un modo poco decente. Ogni tanto la vedo legata e imbavagliata sul predellino di un vagone o sul tetto della locomotiva. Il treno di tanto in tanto passa veloce, si arresta, torna indietro, ripassa ancora a tutta velocità. C’è un ragazzone in giro, che in un primo tempo non capisco che ci stia a fare. Invece mi accorgo dopo che è proprio lui che con un fischietto fa fare al treno su e giù, secondo i suoi segnali. Lattuada lo vedo un po’ dappertutto: dentro la locomotiva con la pala del carbone in mano, sotto le ruote del treno, diritto accanto al fumaiolo. Eccolo ora con un ordigno in mano che manda bagliori e scintille. Sembra che maneggi un ordigno infernale, qualcosa che debba esplodere da un momento all’altro; invece si tratta di un innocuo “fumone” per fare nebbia.
Quando ritorniamo alla stazione, Lattuada mi dà un gessetto in mano, proprio come a uno scolaro, dicendomi: « Sai disegnare? ». « Neanche per idea » rispondo. « Bene », mi dice, « fammi un Hitler impiccato ». Faccio uno sgorbio qualunque e mi sento dire: « Ottimo ». Non mi era mai capitato di essere elogiato per aver fatto male una cosa. Però mi guardo bene dal fregarmi le mani di soddisfazione, e francamente preferirei essere elogiato per qualcosa di meglio.
Si è fatto tardi e stiamo tutti a digiuno. Il lavoro è finito, sicché partiamo tutti in treno verso la Stazione Termini. C’è una certa soddisfazione a utilizzare un treno (anche se composto di sette carri-bestiame) per noi soli che non siamo più di sette in tutto! Be’ cosa volete: tutti i gusti son gusti certi momenti!
Nel breve viaggio colgo e registro questa frase uscita dalla bocca di Lattuada: « Vedrai che, malgrado le grandi difficoltà e la scarsità di mezzi, in Italia faremo degli ottimi film, migliori di chi si trova in condizioni più felici delle nostre ». Se mi è lecito esprimere la mia opinione, io vorrei dire che tutta questa fiducia in un uomo tanto serio è un buon sintomo; e noi gli dobbiamo credere, perché Lattuada ha dato sempre più di quanto ha promesso.
Sabatino Ciuffini
(fotogrammi) 

Altre informazioni su questo film e sulla retrospettiva che RaiMovie dedica a Lattuada nel blog di Alberto Farina

La freccia nel fianco di Alberto Lattuada 1943-1945

Copertina della brochure del film, 1945
Copertina della brochure del film, 1945

Portare sullo schermo un romanzo abbastanza ardito, forse, come La freccia nel fianco (1913) di Luciano Zuccoli non dev’essere stata una cosa facile. Ma che la cosa non fosse un’impresa da poco mi sembra l’abbiano capito sin dall’inizio i produttori, i quali affidarono la riduzione per lo schermo, la sceneggiatura ed i dialoghi ad un gruppo di ottimi scrittori che rispondono ai nomi di: Ennio Flaiano, Alberto Lattuada, Alberto Moravia, Carlo Musso, Ivo Perilli, Cesare Zavattini. È dunque, con un copione completo e attentamente curato, che Alberto Lattuada, regista, e Carlo Musso aiuto-regista, varcarono la soglia della Palatino (Piazza SS. Giovani e Paolo numero 8, Roma), con l’operatore Massimo Terzano, per cominciare a tradurre in immagini l’ardua e tormentata vicenda del piccolo Brunello Traldi di San Pietro, di Nicoletta Dossena, del conte Fabiano, di Gigi Barbano, della contessa Clara Dolores, ecc. Iniziato dopo il 25 luglio del 1943 per conto della Lux, organizzatore generale della produzione Carlo Ponti, il film venne interrotto a causa degli eventi bellici il 10 settembre, mentre la troupe era in esterni ad Arsoli. Per la parte di Brunello adulto era prevista la partecipazione di Vittorio Gassman.

La vicenda, se pur inconsueta, non è affatto inverosimile. Anzi lo è così poco che nell’autobiografia dello Zuccoli (Modernissima 1924) si può leggere quanto segue:

« Della mia infanzia e della mia fresca giovinezza ho poco da dire. Esse sono narrate a grandi linee ne La freccia nel fianco: Brunello Traldi ha attraversato le peripezie che ho attraversato io stesso. Il conte Fabiano è mio padre; la contessa Clara Dolores, mia madre. Mi sono chiesto più volte se nel tracciare quei ritratti non ho avuto la mano troppo dura; ma non credo, perché così l’uno come l’altro conservano, a dispetto delle ombre, qualche cosa di fine e di gentile, ch’era in parte in quelle due anime. Alle quali devo una vita forte e colma di sensazioni; una vita che sarebbe stata felice se  non mi fosse studiato io, come un talento davvero inarrivabile, di renderla intricata, difficoltosa, irrequieta ».

Cerchiamo di fare un po’ di cronaca  cinematografica, secondo i modelli classici e degli uffici stampa dell’epoca. Le riprese furono condotte a termine, dopo la liberazione di Roma, per iniziativa di Carlo Ponti, che già aveva organizzato il film nella prima fase, Vittorio Gassman che recitava in teatro a Milano (nella compagnia di Laura Adani), ancora occupata dai nazifascisti, fu sostituito da Leonardo Cortese:

« Novembre 1944. Si gira La freccia nel fianco, con Mariella Lotti, Leonardo Cortese e Roldano Lupi, per la regia di Aberto Lattuada. È il primo film che va in lavorazione dopo l’armistizio, il primo quindi nato in regime libero. Così giovane, è già un antenato, un capostipite, ogni storia cinematografica lo dovrebbe citare come si cita La canzone dell’amore che fu il primo film parlato in italiano.

Lattuada crede di fare un film e invece fa della storia, posa la prima pietra della nostra ri-ri-rinascita cinematografica che, se le cabale non mentono appunto perché è la terza, dovrebbe anche essere a più valida.

Si gira, insomma; ma dicendo “tutto è come prima” sbaglio, perché la situazione anormale del paese fa sentire il suo peso anche su La freccia nel fianco. Lo sapete, Cinecittà ospita i profughi, altri stabilimenti  producono patate o scarpe o muffa; inoltre, costruire degli interni, coi prezzi attuali, sarebbe rovinoso. Dove si gira dunque?

Dovete sapere che Lattuada e Carlo Ponti, il produttore, vivono in uno sconfinato appartamento di palazzo Lazzaroni, che è uno fra i più bei palazzi di Roma. Quando si trattò di fare il film, immagino che essi abbiano detto con fare disinvolto: “Sta bene, ma portatecelo a casa”. La baronessa Lazzaroni  diede il permesso,  e il cinema invase l’appartamento. Antenati in costume vacillarono nei loro quadri annosi, vedendo apparire uomini disinvolti, che turbavano senza scrupoli la secolare compostezza della dimora. Gli elettricisti seminarono le loro impalcature e i loro  serpenti di gomma dappertutto, collocando riflettori in ogni angolo. Molti registi hanno avuto soddisfazioni di vario genere, ma Lattuada, girandosi un film a domicilio, li batte tutti. Non so se la cosa sia scomoda, veramente; perché il truccatore cerca uno straccio per pulirsi le mani dal cerone, e se trova una camicia incustodita di Lattuada o di Ponti, può darsi che se ne serva. La vita privata si movimenta, in un luogo invaso da cinquanta persone di carattere espansivo. Si verificano incidenti spiacevoli: sopraggiunge, ad esempio, un tizio dall’aria severa, che si ferma a guardare le riprese con occhio compiacente: “Chi è quello lì?” domanda sottovoce un’attrice. “L’ho visto da qualche parte, dev’essere il critico di un quotidiano.”, risponde la segretaria d’edizione. Invece si tratta soltanto dell’esattore del gas, attonito per esser piombato in un luogo simile, lui, abituato da anni alla composta dignità di quella casa patrizia.

Stanno preparando un’inquadratura con Leonardo Cortese al pianoforte. Terzano dosa le luci, Cortese legge Pane e vino, cioè il libro meno zuccoliano che si possa immaginare. Nel caminetto brucia un fuoco vero, a tratti un’ondata di luce sommerge l’ambiente,  e non si capisce se hanno acceso il cinquemila, oppure se è Mariella Lotti che guarda dalla nostra parte. Entrando inciampo in un cavo elettrico; non c’è niente di meglio per destare lo spirito d’osservazione sonnecchiante, infatti vedo subito Mario Soldati in un crocchio d’amici. Poco dopo, ecco Mario Camerini. Sono in visita, in visita al cinema. S’aggirano  fra armature minacciose e busti di marmo, respirano quell’atmosfera, la loro, con delizia invano dissimulata. Tutti sono euforici e contenti, grandi sorrisi e grandi saluti s’incrociano da un gruppo all’altro. Ponti ci guida a quello che originariamente doveva essere il suo salotto; ora dà efficacemente  l’idea di un luogo saccheggiato di recente da uno squadrone d’ulani. Sediamo intorno a una bottiglia di cognac, io ho papa Borgia sulla testa, ma non ne provo nocumento. Due ufficiali alleati, in visita anch’essi, sembrano particolarmente lieti. Un terzo, in borghese, esuberante e tarchiato, parla un italiano bersaglieresco che mi stupisce. “Quello — racconta Calvino — è un maggiore che s’è lanciato col paracadute oltre le linee per organizzare i partigiani. Ne comandava sei quando ha cominciato, seimila quando è partito” ».
(Adriano Baracco, Star, 11 novembre 1944)

Nella parte di Brunello bambino Cesarino Barbetti, attore (poi doppiatore e direttore di doppiaggio). Altri interpreti: Sandro Ruffini, Enzo Biliotti, Alanova, Tina Lattanzi, Liliana Laine, Galeazzo Benti e Alberto Capozzi, interprete, regista e produttore del cinema muto, che con questo film chiuse una lunghissima carriera. Alla produzione del film hanno contribuito Gastone Medin per le scene, Idolo Tancredi per le costruzioni, Gino Brosio per l’arredamento. Le musiche sono di Nino Rota.

La freccia nel fianco è il primo film della retrospettiva che RaiMovie dedica ad Alberto Lattuada, in onda sabato 1 agosto, ore 9.00.

Arte e dolore

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Roma, 26 aprile 1945. Le guerre, le rivoluzioni e il dolore non sono utili ai fini della creazione artistica.

Ho spesso esaminato con curiosità le vite di poeti e scrittori che mi sono particolarmente cari. Di Keats e di Leopardi, malati e pieni di dolori, che tuttavia nei primi anni di gioventù raccolgono la tradizione poetica del loro paese e la rinnovano profondamente. Di Tolstoi che si ritira in campagna e compone in pace il suo grande libro sulla guerra. Di Rimbaud che nel giro di una sola stagione felice lascia uno dei maggiori libri di versi della Francia moderna. Di Flaubert che scrive i suoi romanzi nella tranquillità della sua casa di Rouen. Di Manzoni, dell’Ariosto, del Boccaccio, di Dante e di quanti insomma costituiscono con i loro libri il fondo più sicuro delle mie letture. E ho constatato che sono vissuti tra difficoltà spesso molto gravi ma non irreparabili, in tempi agitati, ma non ferini. E che comunque queste difficoltà e questi tempi con tutta la loro gravità gli hanno permesso di non considerare l’arte come qualcosa di casuale, di improbabile, di perituro. Come qualcosa invece che aveva un suo valore, una sua vitalità indipendenti e indiscutibili.

Oggi gli artisti si trovano invece precisamente in mezzo a difficoltà che sembrano irreparabili, sia private che pubbliche, e sono costretti a vivere in tempi peggio che ferini. L’arte stessa appare piuttosto un miraggio che una meta sicura. Le tradizioni sono interrotte o in pericolo. La mancanza di stabilità e di sicurezza ha raggiunto poi un grado fantastico: è più sicura è più stabile la condizione delle belve in fondo alla foresta. In simili contingenze si chiede agli artisti, agli scrittori sopratutto, di partecipare e al tempo stesso di fare opera di poesia.

Noi pensiamo che gli scrittori partecipano vivamente e già da un pezzo ai fatti presenti. Ne è la prova la scarsità delle opere, la loro superficialità, la loro frettolosità giornalistica. Gli è che questa partecipazione è tanto profonda che impedisce addirittura di lavorare. Tanto impegnativa che persuade a cambiar mestiere.

Avviene agli artisti come ad ogni altra creatura vivente. Più su o più  giù di tanti gradi la vita muore e non ci sono che speciali e insignificanti organismi che possano resistere, come al polo o nei deserti africani. Ora queste temperature che ammazzano o per lo meno sospendono le forme più complesse di vita sono proprio quelle delle guerre e delle rivoluzioni.

Con questo si vuol forse dire che le guerre e le rivoluzioni non debbono farsi? Al contrario; esse vanno fatte ogni volta che lo si ritenga necessario. Ma si aspetti per vederne gli effetti nel campo dell’arte che almeno i morti siano seppelliti e le rovine ricoperte dall’erba.

Alberto Moravia
(La Città Libera, 26 aprile 1945, estratto dall’articolo “Arte e dolore”) 

Hans Richter

“Abbiamo bisogno del pianista”, mi disse un proprietario di cinema ai bei vecchi tempi del cinema muto “per coprire il rumore degli spettatori, il brusio, i baci e qualche volta anche il russare. Questa è la funzione del pianista!”. Oltre a ciò veniva pagato per sottolineare l’atmosfera del film: Ouverture del Guglielmo Tell per i momenti più drammatici, Marcia  nuziale del Lohengrin per l’amore sacro e il matrimonio, ecc. Cliché! Oggi abbiamo musicisti ben pagati, che compongono partiture originali, ma in sostanza la funzione della colonna sonora, — creare cioè un’atmosfera e fornire alle immagini una musica di sfondo — è rimasta praticamente immutata (salvo naturalmente le eccezioni). Viene usata passivamente come un elemento secondario, anche quando si tratta di buona musica.

Pur credendo profondamente nel cinema come arte visiva, mi resi conto sin dal 1928, quando realizzai il mio primo film sonoro, che il sonoro doveva avere una parte attiva e indipendente nel film (Usai quindi musica e dialogo in un certo modo astratto e ritmico). Il sonoro può assumere questa parte attiva e creativa solo quando si libera dalla tradizione della musica (non dalla musica stessa), così come l’immagine deve liberarsi dalla tradizione del teatro e della letteratura. La musica è forse la più antica delle arti; come forma artistica si è sviluppata in migliaia di anni; ha elaborato le proprie leggi, il proprio linguaggio, ha principi e stile particolari, in relazione alle proprie necessità, tanto esteticamente come quanto culturalmente. Come si può pretendere quindi che una forma artistica tanto sviluppata, con forme sue di pieno diritto e con un pubblico abituato a quella specifica forma, possa adattarsi facilmente come un guanto a questo nuovo mezzo d’espressione ribelle che è il cinema? Infatti non ci riesce! Il sonoro nel film ha problemi suoi propri ed essi non sono specificamente musicali, ma drammatici.

Hans Richter

Da vedere: Hans Richter – Il ritmo dell’avanguardia Museo d’Arte di Lugano, dal 31 agosto 2014 al 23 novembre 2014

Viaggio nel tempo e nella Mostra del Cinema

Fredric March, Morte di un commesso viaggiatore, presentato alla Mostra di Venezia 1952
Fredric March in Morte di un commesso viaggiatore, presentato alla Mostra di Venezia 1952

Come tutti gli anni ritorna puntuale (o quasi) la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Ed io, come al solito, non voglio perdere l’occasione… che volete, certe tradizioni sono dure a morire. Come direbbe Petrolini: “Tutto muore quaggiù! Muore l’insetto, muore il cane, il cavallo, il cammello; muore il rospo, la pecora e il capretto, muore il pesce, il mammifero e l’uccello. Muore la pianta, la radice e il fiore… ma l’amor mio, ma l’amor mio non muore!” (grazie Ettore!).

Nel 1952 Guido Aristarco scriveva nella rivista Cinema (1° agosto 1952): “Venezia è entrata nel suo anno di maggiore età, ha compiuto venti anni”. Andiamo indietro nel tempo per vedere da vicino questa “mostra maggiorenne”.

Pierino (il solito Pierino che fa le domande indiscrete e imbarazzanti) chiederà subito (l’argomento è stato già toccato, ma siccome nessuno si è preoccupato di chiarirlo esaurientemente, è sempre buono):

— Scusi, mi vuole spiegare perché la Mostra del 1952 si chiama XIII?

— Mio Dio, Pierino caro: anche La Palisse, sebbene ai suoi beati tempi il cinematografo non fosse stato ancora inventato, ti potrebbe rispondere con facilità: si chiama XIII perché fu la tredicesima.

— Va bene (insisterà diabolicamente Pierino) ma se è la tredicesima, come mai se ne celebra contemporaneamente il ventennale?

— Semplice, la Mostra del cinema esiste da vent’anni ma…

— Ho capito — interrompe Pierino — ma siccome è stata tenuta solo dodici volte, quella del 1952 è la tredicesima.

— No, caro: nel 1952 eravamo alla sedicesima volta…

—  Insomma, mi prendi in giro! Se alla XIII eravamo in realtà alla sedicesima; e alla XIII si celebrava il ventennale… fra poco, per venire  a capo della faccenda, bisognerà estrarre qualche radice quadrata!

— Niente radici quadrate, caro. Le Mostre, fino al 1952, effettivamente sono state sedici; ma quelle degli anni 1940, 1941, 1942 e 1946 non vanno considerate.

— E perché mai?

— Perché c’era la guerra, perché c’era l’Asse, perché la Mostra ha carattere internazionale e, quando c’è una guerra, l’internazionalità va per forza a farsi benedire.

— Benissimo! Ma nel 1946 la guerra era finita: e allora?

— La guerra era finita, l’internazionalità riconquistata… Insomma, non saprei… Vattelappesca perché. Forse, hai ragione: bisogna estrarre la radice quadrata. Per adesso basta, ci vediamo al prossimo post sul “ventennale” della sedicesima Mostra del Cinema di Venezia XIII, anno 1952, ovvero, Pirandello aiutami tu: “Così è (se vi pare)”… a domani!

Le mani sulla città di Francesco Rosi

Le mani sulla città (1963)
Le mani sulla città (1963)

Chi segue questo blog ricorderà (forse) questo post: Chi ha paura di Le mani sulla città? del 10 gennaio 2012.

La buona notizia è il prossimo giovedì 29 agosto 2013, ore 23,30, possiamo vedere Le mani sulla città in versione restaurata su RaiMovie. Grazie a tutti quelli che hanno reso possibile questo grandissimo evento. Un grande abbraccio virtuale al maestro Francesco Rosi.