Parigi 1962: emergenza casa

 

Quanti metri quadrati avete a disposizione per cinque persone?
— Credo che sono 18 metri quadrati. Più o meno, devono essere proprio 18 metri.
Come vi siete organizzati per poterci vivere in cinque, in 18 metri?
— Beh, dunque, mio padre mi ha diviso la stanza in due, e così i bambini stanno gli uni sugli altri, ci sono 25 centimetri tra un letto e l’altro… Sposto i letti per farne uno, i miei figli sono a posto e possono dormire bene. Noi ci corichiamo in cucina, ecco, la sera, non c’è molto spazio. Prima stavo da mia nonna, tutti in una stanza. Allora il sindaco, vista la situazione, mi ha detto: “io voglio farvi sistemare, restate qui per adesso mentre aspettate”, ma non si è ancora ottenuto niente.
Dopo questo fatto che non trovate casa, suo marito si è interessato di politica?
— Oh, no, per niente!
Non pensate che in questo modo ci sarebbero dei miglioramenti?
— Ma sapete, ecco, non facciamo politica né l’uno né l’altra. Questo no! Perché alle volte, verrebbero fuori delle discussioni, in famiglia… Non ci mancherebbe altro che questo!
Ma il vostro problema dell’alloggio non è legato anche questo alla politica?
— Ah, no, perché io non m’interesso. Io vi dico che i miei bambini sono puliti, non domando niente, non ho mai domandato aiuto, mai niente. Le assistenti sono venute sempre da me dicendo: “sì, è proprio pulito. È bello, avete sistemato questo posto proprio bene. Se domanderanno delle referenze su di voi, potete essere sicura che non daremo cattive referenze”, eppure non va avanti lo stesso.
Come vi spiegate che pure con buone referenze da più di nove anni non avete trovato niente di meglio?
— Beh, dicono che ci sono dei casi più sfortunati del mio. L’assistente sociale m’ha detto di mettere dei chiodi sul soffitto, che lei aveva un’amica che aveva fatto in questo modo. Ma io ho un soffitto che non regge, non ci stanno, e il bambino mi cadrebbe in testa.
Due chiodi sul soffitto per attaccarci cosa…
— Un’amaca, sì, una specie d’amaca. Beh, io non ce li metto di sicuro nel soffitto. Anche lei si renderà conto, dover appendere lassù in questo modo mio figlio…
Rischiate una disgrazia.
— E poi, dico io, è troppo piccolo, non è possibile. Siamo già in cinque in una stanza, non possiamo viverci in sei… Io non capisco, ci sono tanti alloggi e c’è gente che non ce l’ha, qui ci sono sotto delle raccomandazioni, non ci sono errori, ci sono raccomandazioni. Se fossi io al governo, allora sì. Se fossi al governo, datemi retta, cambierei un po’ queste cose, io.
Che cosa farebbe?
— Prima di tutto rispedirei tutti gli stranieri ai loro paesi e così, dopo, ci sarebbe posto per i francesi.
Tutti gli stranieri, li rispedirebbe ai loro paesi?
— Eh, certo, li rispedirei a casa loro. C’è posto dalle loro parti, ci sono nati. Che restino a casa loro. Voi non siete d’accordo? Io sono perfettamente d’accordo con quest’idea qui. guardate, andate nei nuovi fabbricati — mio fratello fa il lattoniere — e me lo dice, ti giuro che per i tre quarti sono degli Italiani, degli Spagnoli, dei come si chiamano…, degli Algerini, e poi adesso stanno arrivando i pied-noirs, pensate voi! Riservano il dieci per cento degli alloggi per i pied-noirs, no? Dobbiamo ancora aspettare che arrivano degli altri? Ah, no, vado di nuovo a rue Turbigo, al Servizio Alloggi, e domani corro a rue Cardinal-Lemoine. Ormai, l’ultima soluzione è di andare non so dove. Beh, non mi separerò dai miei figli, io li ho fatti, io ci devo badare. Mi devono dare un alloggio, altrimenti… Perché, sa, vi propongono anche dei trucchi. Non avete alloggio, allora prima vi mettiamo in collegio i figli, e poi…

(da Le joli mai, film documentario di Chris Marker e Pierre Lhomme 1963)

Ma non è una cosa nuova

Si parla molto ultimamente di “clima di feroce ostilità in Rete e oltre i confini del mondo digitale”, di “come porre un argine a questa deriva”, dell’importanza delle parole, come se fosse una cosa nuova ma non è così. La prepotenza dell’insulto e la diffamazione a mezzo stampa è vecchia come… la storia della stampa.
Una volta questa possibilità era riservata a pochi privilegiati, nell’era della rivoluzione digitale, e soltanto da qualche anno, le possibilità sono notevolmente aumentate grazie alla Rete. Ma, ripeto, non è una cosa nuova e, secondo me, non è la Rete il problema. Anzi.

Potrei citare tanti esempi ritrovati nel corso delle mie ricerche (vorrei ricordare che il mio campo di ricerca è la storia dello spettacolo nel secolo scorso), articoli diffamatori che in casi estremi hanno rovinato la reputazione e la carriera dell’interessato/ta, molti (erano altri tempi) sono finiti in un duello, pochi in una rettifica volontaria senza l’intervento dei tribunali.
Nell’esempio che vi propongo si tratta della replica di un giornalista all’articolo di un collega. Siamo nel 1948.

Il giornale (…) di Torino, del (…), ha pubblicato in terza pagina, al posto del — un tempo— letteratissimo “elzeviro”, degli appunti di (…), dal titolo: Dizionarietto: Lettera N.
Il primo asterisco è questo:
« Nannarella — Le attrici del cinema di un tempo, eran cafone (Elena Vitello) che aspiravano diventar gentildonne (Francesca Bertini); molte d’oggi sono e restano sguaiate, e dalla loro bocca esce, a tratti, un parlar che sa di fogna. Ricompare al “varietà” Linda Pini, i capelli argentei, violaci, vaporosi, il vestito pailleté, e fila la nota del sentimento, ricorda — romanticherie! — la guerra del ’15. Nannarella, le calze a sbrendoli, in maglione, discinta, sprofondata (la parola adatta sarebbe un’altra) nella poltrona di un albergo milanese, immagine perfetta di un mondo di borsari neri, specchio fedele di questo dopoguerra, tratta milioni ed esclama, col “noi” maiestatico: — Nun riceviamo…
Anche Arletty, la vecchia e, dicono, “collaborazionista” Arletty, preferiva l’air canaille, le parti di malafemmina, ma con che finezza, con qual gusto della composizione del personaggio, le recitava! Perché i francesi sono accademici pur alla taverna, o peggio. »

Ora, noi domandiamo a questo individuo che cosa mai possano avergli fatto le attrici in generale, e la Bertini, la Pini, e la Magnani in particolare. Certo malcostume italiano di indiscrezione pettegolezzo e sudiciume, alimentato dalla maggior parte dei settimanali in rotocalco non specializzati, è giunto a tal punto che il dileggio e l’insulto stanno alla base del vivere comune di certa gente, e — purtroppo — dello scrivere corrente di certa altra. Per questo gentiluomo, la Bertini che seppe portare la sua vita ad una incomparabile raffinatezza, fu soltanto “cafona” e molte attrici d’oggi sono e restano sguaiate, e dalla loro bocca esce, a tratti, un parlar che sa di fogna. E dalla bocca di questo magnifico signore che cosa esce? Gli dà fastidio, a questo splendido gentiluomo, che la cara, gentile e come noi non più giovanissima Linda Pini, faccia del “varietà” per guadagnarsi la vita. E ci sputa sopra, l’individuo; e si forbisce le labbra golose nel dileggio: i capelli sono violacei — dice —; il vestito è pailleté, e ricorda la guerra del ’15. La ricorda lavorando, con una dignità che la onora (non si può tutti essere dell’onorata guerra del ’40), con un gusto ed una misura che la rende, oggi, incantevole quanto ieri; amata come ieri. Perdoni, signora Pini.
E Anna Magnani, la vede addirittura a sbrendoli, discinta e sprofondata (ma la parola sarebbe un’altra), capite? Ma crede il gentiluomo che a questo punto ci sia ancora qualcuno che abbia bisogno di riflettere per collocare nell’aurea sua prosa, la parola che egli — il dignitoso, l’educato, il raffinato — non ritiene di poter scrivere? Anna Magnani, immagine di borsara nera? Perdona, Anna cara, perdona, tu che la vita d’arte te la sei fatta da sola lavorando sempre, e sei oggi la più popolare attrice italiana del mondo. Ti ricordo esordiente, Anna cara, in Compagnia di Dario Niccodemi, modesta e diligente, e povera come tutti noi. Pure, l’equivoco Magnani con i vari gentiluomini (…) dovrà essere risolto, poiché ormai luogo comune confondere l’attrice e la donna; senza contare che Nannarella, vezzeggiativo familiare, un (…) qualsiasi, non ha alcun diritto di pronunciare, e dica perciò la signora Anna Magnani.
Le attrici italiane hanno molta educazione, tanto da farne parte ai vari cialtroni nazionali; che tale è colui che insulta dalla pagina di un giornale per solo sadismo di dileggio.

L’arte della non-arte

 

I cineasti americani si vanno cimentando da alcun tempo in qua in una forma di spettacolo che sta fra la rivista e il caleidoscopio. Questa forma è talmente ambigua che a determinare le qualità, l’obiettivo del comune giudizio non scorre più: bisogna dar di piglio allo sguardo a triangolo, allo sguardo elicoidale, allo sguardo che traversa i corpi opachi. La prima impressione che fanno La Danza di Venere, Viva le Donne, Wonder-Bar, è metallica e fredda. In un diverso ordine di cose, una impressione simile ce la fa la stampa a rotocalco. Del resto, tutto ciò che è nuovo ha un aspetto freddo e non di rado repellente. Il “nuovo” è assoluto, solitario, antipatico. Gli manca il conforto dell’abitudine, il calore del moto, l’aderenza alla vita; diciamolo pure: gli manca la compagnia. Se è cosa degna di non morire, in ultimo ritornerà ancora all’assoluto, ma per opposta via e col caldo ricordo del suo viaggio terrestre. Alla fine di questi films viene fatto di gridare: “Che scemenza!”. Poi ci si ripensa, e ci si accorge che se pure scemenza è, è una scemenza di ordine superiore e che s’imparenta alla poesia pulviscolare, gasiforme, supremamente rarefatta dell’ultimissimo Faust, ai Ditirambi a Dionisio, ai disegni a “filo” di Picasso, al palpito degli archi dell’Apollo di Stravinsky, alle cadenze poetiche di Lautréamont. Di questi films la critica ha detto: “Roba di cattivo gusto”. Ma come determinare il gusto in opere che esulano da qualunque criterio di gusto, che hanno traversato l’intera gamma dei peccati terrestri, che hanno raggiunto il candore assoluto, l’innocenza suprema? Per dir il vero, a all’insaputa certo di chi li fa e di chi li va a vedere, questi film così banali in apparenza, ma nell’intimo così straordinariamente significativi, sono il commiato dolcissimo di un mondo che scompare, il canto del cigno della civiltà settentrionale…

Nella parte “caleidoscopica” di questi films, gli asterismi, le mobili geometrie, le ruote rotanti sono affidati a grovigli di ballerine e ballerini bianchi che si raggrumano, si attorcono, si sciolgono attraverso un ripetuto e moltiplicato ribattere di specchi. Tale questo vivente caleidoscopio dolcissimo e mostruoso, questo magico tritacarne che l’uomo riduce a ciccia da polpette, a vermicello, a filo, a rosa, a stella, a medusa. Non conosco altro esempio in cui il pathos, l’angoscia di certi sogni che stanno tra l’incubo e la coreografia onirica siano riprodotti con altrettanta fedeltà; quei sogni in cui ritroviamo nostro padre trasformato in campanello di porcellana…

Alberto Savinio
(da Film per tutti e per nessuno, Broletto, Como 1935)