Visita al poeta Neruda

Pablo Neruda

Santiago del Cile, maggio 1951

Dietro un breve muro, la casa dell’autore del Canto general de Chile appare immersa nel fogliame, timida e orgogliosa insieme. È una bella casa moderna, di stile messicano (Neruda è vissuto a lungo in Messico, dove, se non sbaglio, era Console del Cile, com’era console cileno a Madrid durante la guerra civile), dai muri intonacati di calce grezza, dalle travature scoperte.

L’anticamera è piccola, e molto ampia la stanza di soggiorno, nella quale i mobili, sedie, divani, scaffali, disegnati dallo stesso Neruda ed eseguiti, sotto la sua guida intelligente, da artigiani di sangue misto, creano un’atmosfera insolita per una casa cilena. Vi si sente qualcosa di estraneo alla vita del Cile, egli usi, ai costumi, ai pregiudizi, ai sentimenti: qualcosa che è proprio soltanto della poesia di Neruda. Un clima magico: ogni mobile ha il valore di un idolo, di un feticcio. Rimango in attesa, per brevi istanti, fra quei totem e quei talismani, osservando i quadri, i tappeti, i ninnoli, accarezzando con la mano aperta il legno dei tavoli; un legno scuro, dolce, che Neruda ha fatto venire dal Perù, dal Messico, dal Sud del Cile.

Pablo Neruda mi viene incontro lentamente con la mano tesa, il viso sorridente, la testa un po’ curva in avanti. E io lo misuro, lo volto e lo rivolto con gli occhi, lo sollevo da terra con lo sguardo per vedere quanto pesa. È un uomo di una cinquantina  d’anni, di statura superiore alla media, di spalle larghe, massiccio in tutta la persona, come son di solito i cileni, specie quelli che hanno un po’ di sangue indio nelle vene. Ed egli è del Sud del Cile, del paese araucano, (Neruda non è il suo vero nome) e non nasconde la sua origine mezza india, considerandosi non a torto, tanto per ragioni razziali quanto per ragioni estetiche, non già un poeta ispano-americano, ma indo-americano. Poiché, in un certo senso, egli è l’iniziatore della moderna poesia indo-americana, e di una cultura indo-americana che si stacca profondamente da quella tradizionale sud-americana, o meglio ispano-americana.

(…)

Pablo Neruda mi accompagna nella sua biblioteca, mi mostra le sue preziose collezioni di conchiglie marine e di farfalle. Non v’è nulla che dia l’idea del mare, come le conchiglie. Del mare come architettura, come geografia onirica, come patria, ad ogni istante perduta, della memoria, e sempre ritrovata, ad ogni istante: toujours recommencée. Vene sono di gialle, di rosa, di azzurre, di bianche. Alcune venate di rosso, altre di verde. E una ve n’è, tutta nera, plutonica, lucente come  ossidiana, di quelle che salgono la notte dal fondo dell’oceano, si possano sulla riva fredda, sotto la luna tiepida, la lunga luna, splendono solitarie, notte nella notte.

Neruda si curva sulle sue conchiglie, le chiama per nome, ad una ad una, come se chiamasse una donna, una bambina, le tocca con dito lieve, parla alle più piccole, alle più fragili, alle più trasparenti, e la sua voce è dolce, innamorata, la voce di un malato, di un uomo che perde sangue, di un uomo nell’amplesso amoroso. La voce entra nelle conchiglie, affonda nel grembo segreto, come una parola d’amore nel labirinto di un orecchio umano. E la conchiglia sembra riconoscere la voce, ascoltare attenta, con le sue valve aperte, tutta piena del remoto, antico fragore del mare.

Curzio Malaparte

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