La freccia nel fianco di Alberto Lattuada 1943-1945

Copertina della brochure del film, 1945
Copertina della brochure del film, 1945

Portare sullo schermo un romanzo abbastanza ardito, forse, come La freccia nel fianco (1913) di Luciano Zuccoli non dev’essere stata una cosa facile. Ma che la cosa non fosse un’impresa da poco mi sembra l’abbiano capito sin dall’inizio i produttori, i quali affidarono la riduzione per lo schermo, la sceneggiatura ed i dialoghi ad un gruppo di ottimi scrittori che rispondono ai nomi di: Ennio Flaiano, Alberto Lattuada, Alberto Moravia, Carlo Musso, Ivo Perilli, Cesare Zavattini. È dunque, con un copione completo e attentamente curato, che Alberto Lattuada, regista, e Carlo Musso aiuto-regista, varcarono la soglia della Palatino (Piazza SS. Giovani e Paolo numero 8, Roma), con l’operatore Massimo Terzano, per cominciare a tradurre in immagini l’ardua e tormentata vicenda del piccolo Brunello Traldi di San Pietro, di Nicoletta Dossena, del conte Fabiano, di Gigi Barbano, della contessa Clara Dolores, ecc. Iniziato dopo il 25 luglio del 1943 per conto della Lux, organizzatore generale della produzione Carlo Ponti, il film venne interrotto a causa degli eventi bellici il 10 settembre, mentre la troupe era in esterni ad Arsoli. Per la parte di Brunello adulto era prevista la partecipazione di Vittorio Gassman.

La vicenda, se pur inconsueta, non è affatto inverosimile. Anzi lo è così poco che nell’autobiografia dello Zuccoli (Modernissima 1924) si può leggere quanto segue:

« Della mia infanzia e della mia fresca giovinezza ho poco da dire. Esse sono narrate a grandi linee ne La freccia nel fianco: Brunello Traldi ha attraversato le peripezie che ho attraversato io stesso. Il conte Fabiano è mio padre; la contessa Clara Dolores, mia madre. Mi sono chiesto più volte se nel tracciare quei ritratti non ho avuto la mano troppo dura; ma non credo, perché così l’uno come l’altro conservano, a dispetto delle ombre, qualche cosa di fine e di gentile, ch’era in parte in quelle due anime. Alle quali devo una vita forte e colma di sensazioni; una vita che sarebbe stata felice se  non mi fosse studiato io, come un talento davvero inarrivabile, di renderla intricata, difficoltosa, irrequieta ».

Cerchiamo di fare un po’ di cronaca  cinematografica, secondo i modelli classici e degli uffici stampa dell’epoca. Le riprese furono condotte a termine, dopo la liberazione di Roma, per iniziativa di Carlo Ponti, che già aveva organizzato il film nella prima fase, Vittorio Gassman che recitava in teatro a Milano (nella compagnia di Laura Adani), ancora occupata dai nazifascisti, fu sostituito da Leonardo Cortese:

« Novembre 1944. Si gira La freccia nel fianco, con Mariella Lotti, Leonardo Cortese e Roldano Lupi, per la regia di Aberto Lattuada. È il primo film che va in lavorazione dopo l’armistizio, il primo quindi nato in regime libero. Così giovane, è già un antenato, un capostipite, ogni storia cinematografica lo dovrebbe citare come si cita La canzone dell’amore che fu il primo film parlato in italiano.

Lattuada crede di fare un film e invece fa della storia, posa la prima pietra della nostra ri-ri-rinascita cinematografica che, se le cabale non mentono appunto perché è la terza, dovrebbe anche essere a più valida.

Si gira, insomma; ma dicendo “tutto è come prima” sbaglio, perché la situazione anormale del paese fa sentire il suo peso anche su La freccia nel fianco. Lo sapete, Cinecittà ospita i profughi, altri stabilimenti  producono patate o scarpe o muffa; inoltre, costruire degli interni, coi prezzi attuali, sarebbe rovinoso. Dove si gira dunque?

Dovete sapere che Lattuada e Carlo Ponti, il produttore, vivono in uno sconfinato appartamento di palazzo Lazzaroni, che è uno fra i più bei palazzi di Roma. Quando si trattò di fare il film, immagino che essi abbiano detto con fare disinvolto: “Sta bene, ma portatecelo a casa”. La baronessa Lazzaroni  diede il permesso,  e il cinema invase l’appartamento. Antenati in costume vacillarono nei loro quadri annosi, vedendo apparire uomini disinvolti, che turbavano senza scrupoli la secolare compostezza della dimora. Gli elettricisti seminarono le loro impalcature e i loro  serpenti di gomma dappertutto, collocando riflettori in ogni angolo. Molti registi hanno avuto soddisfazioni di vario genere, ma Lattuada, girandosi un film a domicilio, li batte tutti. Non so se la cosa sia scomoda, veramente; perché il truccatore cerca uno straccio per pulirsi le mani dal cerone, e se trova una camicia incustodita di Lattuada o di Ponti, può darsi che se ne serva. La vita privata si movimenta, in un luogo invaso da cinquanta persone di carattere espansivo. Si verificano incidenti spiacevoli: sopraggiunge, ad esempio, un tizio dall’aria severa, che si ferma a guardare le riprese con occhio compiacente: “Chi è quello lì?” domanda sottovoce un’attrice. “L’ho visto da qualche parte, dev’essere il critico di un quotidiano.”, risponde la segretaria d’edizione. Invece si tratta soltanto dell’esattore del gas, attonito per esser piombato in un luogo simile, lui, abituato da anni alla composta dignità di quella casa patrizia.

Stanno preparando un’inquadratura con Leonardo Cortese al pianoforte. Terzano dosa le luci, Cortese legge Pane e vino, cioè il libro meno zuccoliano che si possa immaginare. Nel caminetto brucia un fuoco vero, a tratti un’ondata di luce sommerge l’ambiente,  e non si capisce se hanno acceso il cinquemila, oppure se è Mariella Lotti che guarda dalla nostra parte. Entrando inciampo in un cavo elettrico; non c’è niente di meglio per destare lo spirito d’osservazione sonnecchiante, infatti vedo subito Mario Soldati in un crocchio d’amici. Poco dopo, ecco Mario Camerini. Sono in visita, in visita al cinema. S’aggirano  fra armature minacciose e busti di marmo, respirano quell’atmosfera, la loro, con delizia invano dissimulata. Tutti sono euforici e contenti, grandi sorrisi e grandi saluti s’incrociano da un gruppo all’altro. Ponti ci guida a quello che originariamente doveva essere il suo salotto; ora dà efficacemente  l’idea di un luogo saccheggiato di recente da uno squadrone d’ulani. Sediamo intorno a una bottiglia di cognac, io ho papa Borgia sulla testa, ma non ne provo nocumento. Due ufficiali alleati, in visita anch’essi, sembrano particolarmente lieti. Un terzo, in borghese, esuberante e tarchiato, parla un italiano bersaglieresco che mi stupisce. “Quello — racconta Calvino — è un maggiore che s’è lanciato col paracadute oltre le linee per organizzare i partigiani. Ne comandava sei quando ha cominciato, seimila quando è partito” ».
(Adriano Baracco, Star, 11 novembre 1944)

Nella parte di Brunello bambino Cesarino Barbetti, attore (poi doppiatore e direttore di doppiaggio). Altri interpreti: Sandro Ruffini, Enzo Biliotti, Alanova, Tina Lattanzi, Liliana Laine, Galeazzo Benti e Alberto Capozzi, interprete, regista e produttore del cinema muto, che con questo film chiuse una lunghissima carriera. Alla produzione del film hanno contribuito Gastone Medin per le scene, Idolo Tancredi per le costruzioni, Gino Brosio per l’arredamento. Le musiche sono di Nino Rota.

La freccia nel fianco è il primo film della retrospettiva che RaiMovie dedica ad Alberto Lattuada, in onda sabato 1 agosto, ore 9.00.

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