La battaglia dei Circoli del Cinema

In ricordo di Callisto Cosulich, Trieste 7 luglio 1922 – Roma, 6 giugno 2015.

« Mentre al Lido imperversavano le proiezioni dei più di centosettanta film e documentari partecipanti al festival, in un salone della Prefettura di Venezia, sul Canal Grande, tra il 3 e il 7 settembre 1947, dopo accalorate discussioni procedurali, veniva informalmente costituita la FICC. (…) È ovvio che i delegati al congresso partecipassero con accanimento alle discussioni sullo statuto della Federazione, ma ciò non  toglie che fossero anche interessati alle proiezioni del Lido. Un giorno si decise di convocare una sessione straordinaria del congresso. Nel momento di fissare l’ora d’inizio della riunione, i delegato del Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste, un circolo che aveva appena iniziato l’attività, sollevò un’obiezione: a quella stessa ora al Lido si proiettava La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer e per nessuna ragione al mondo avrebbe rinunciato a vedere il film. Chiedeva quindi il rinvio della riunione, che invece la maggioranza voleva mantenere. Con intransigente moralismo, il delegato del Circolo del Cinema Mario Ferrari di Milano (che aveva già visto il film, del quale la Cineteca Italiana aveva una copia), per troncare la discussione disse, più o meno: « Che ci sta a fare, qui tra noi, uno che ancora non conosce il film di Dreyer? Vada pure a vederlo, ma noi continueremo la nostra assemblea ». Così fu deciso. Il delegato di Trieste (Callisto Cosulich) ritornò col vaporetto dal Lido verso la fine del dibattito, ma col sorriso sulle labbra. Il delegato di Milano (Virgilio Tosi, che ancora prova rimorso per quell’atteggiamento) aveva avuto il fatto suo: adesso tutti e due avevano visto il “sacro testo” del regista danese. Diventarono amici e, negli anni successivi, lavorarono insieme per la FICC. »
(Virgilio Tosi, Quando il cinema era un circolo. La stagione d’oro dei cineclub 1945-1956, Biblioteca di Bianco e Nero, Roma 1999)  

I Circoli del Cinema erano figli dei Cineguf del ventennio fascista, la cui attività prevedeva proiezioni di film classici e riprese di pellicole amatoriali in formato ridotto. Nel dopoguerra tale attività s’era scissa in due branche separate: il lavoro cine-amatoriale nei Cineclub, le proiezioni nei Circoli del Cinema. Questi ultimi si moltiplicarono con grande rapidità, sopratutto in provincia. Era la scoperta dei meravigliosi archivi della « settima arte », l’ingresso ai quali, durante il fascismo, era stato permesso soltanto a pochi privilegiati.

Finalmente, grazie alle cineteche di Milano e di Roma, i film « classici » poterono essere visti anche dagli appassionati, dai cinefili, lettori di riviste specializzate, che vivevano a Sondrio, a Macerata, a Caltanissetta. Ma, per vederli, bisognava appunto costituire un Circolo, tesserare i soci, affittare una sala e organizzarvi le proiezioni, che dovevano essere strettamente private. Non era un lavoro da poco e ciò spiega perché in un primo tempo, alla radice e al vertice dei Circoli, ci fossero sempre dei figli di papà che avevano tempo e denaro per soddisfare i loro « hobbies » culturali. E spiega perché il primo pubblico dei Circoli fosse quello dell’alta borghesia.

Il Circolo del Cinema di Trieste, per esempio, lo organizzammo Tullio Kezich ed io: era inserito in un organismo più vasto (oggi si direbbe interdisciplinare), il Circolo della Cultura e delle Arti, dove il vicepresidente fu a lungo il sindaco Bartoli e il presidente l’ammiraglio De Courten, ministro della marina con Badoglio, passato poi a presiedere la Finmare.

I Circoli del Cinema s’erano federati nel ’47, in un organismo nazionale (la FICC), gestita da Roma, ove batteva il cuore del nostro cinema. Ed era inevitabile che « quelli di Roma » tendessero a modificare la loro primitiva tendenza, facendoli passare dalla degustazione dei « classici » alla difesa dei film neorealisti, la cui vita, dopo il felice « exploit » di partenza con Roma città aperta cominciava a divenire difficile: per il « dumping » operato da Hollywood, dopo essere rimasta assente sei anni dal nostro mercato; per la crescente diffidenza della classe dirigente, specie dopo che De Gasperi, tornato dagli Stati Uniti, aveva esonerato le sinistre dalle cure dell’amministrazione pubblica. Insomma, a partire dal ’47, l’analisi della crisi aveva portato a queste conclusioni: il pubblico, che snobbava i nostri film, non era responsabile; la colpa era del sistema che favoriva il cinema hollywoodiano e del governo che sosteneva il sistema, negando una protezione adeguata al cinema italiano, anzi osteggiandolo con l’arma della censura, dissotterrata dopo pochi mesi di assoluta libertà. Si parlava addirittura di vincoli segreti del trattato di pace, che avrebbero concesso a Hollywood ampi privilegi in Italia, finendo così per tarpare le ali alla cinematografia italiana. Dunque, per salvare il cinema italiano bisognava rinforzare il neorealismo, per rinforzare il neorealismo bisognava stimolare una domanda nel mercato, per stimolare la domanda bisognava abbattere il sistema e per abbattere il sistema occorreva cambiare il governo. Lo sbocco della battaglia non poteva non essere politico.

Ma la battaglia fu perduta il 18 aprile 1948 e la FICC che s’era impegnata a fondo nella battaglia, con il suo presidente Pietrangeli, candidato nel Blocco del Popolo in opposizione ad Andreotti, ne subì non lievi conseguenze. In tale clima di restaurazione, con Diego Fabbri che dalle colonne della Fiera Letteraria invitava i « vinti » a riconoscere « la maestà dei valori tradizionali », con quel prete che, come raccontò Corrado Alvaro, appena resi pubblici i risultati delle elezioni, aveva gridato euforico ad un gruppo di operai: « Adesso vi facciamo un culo grosso così! », in questa atmosfera, dicevamo, uscirono, contraddicendola, Ladri di biciclette, La terra trema e Germania anno zero, decisamente i frutti più belli del neorealismo. La contraddizione, sia chiaro, era solo apparente, trattandosi di film concepiti prima del 18 aprile e venuti alla luce nel momento meno opportuno.

Callisto Cosulich
(estratto da Paese Sera, Roma 28 gennaio 1976)

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