L’avventurosa storia di Filippo Del Giudice

Nato a Trani il 26 marzo 1892, Filippo Del Giudice si laureò in legge a Roma dove aprì uno studio legale, fino a quando l’opposizione al regime fascista lo costrinse all’esilio. In Inghilterra dovette adattarsi a dare lezioni d’italiano ai figli dei connazionali camerieri a Soho. Ma, nel giro di qualche anno, riuscì ad aprire un nuovo studio d’avvocato e a farlo prosperare. Fu la pratica legale a metterlo per la prima volta in contatto con il cinema. Accade quando Ludovico Toepliz de Gran Ry, uno dei finanziatori del film Enrico VIII, lo consultò circa un contratto con Bette Davis.

Nel 1937 Del Giudice fondò una piccola casa cinematografica, la Two Cities. Il capitale fu fornito da due amici, il maggiore A. M. Sassoon, che sborsò tremila sterline, e il colonnello G. R. Crossfield, che ne sborsò altrettante. Direttore della società era il regista e connazionale Mario Zampi. Del Giudice fungeva da consulente legale. La Two Cities esordì con una commedia leggera di Terence Rattingan: French without tears, che si rivelò ottimo affare commerciale. Il film era stato finanziato dalla Paramount e diretto da Anthony Asquith. Nel 1940, in seguito all’entrata in guerra dell’Italia, Del Giudice fu internato, come cittadino nemico, nell’isola di Mann. Ben presto, nel settembre di quello stesso anno, fu rilasciato.

Così Del Giudice si ritrovò nella identica situazione di sette anni prima, dopo il suo arrivo a Londra. Lo studio legale non esisteva più, la società cinematografica era ferma.

Nell’agosto del ’41 produsse un film mediocre: Unpublished Story. Poi, ricordando di aver conosciuto a pranzo Noel Coward, gli propose un film sulla marina di guerra, ma senza le solite  corazzate, questa volta con le torpediniere. Il versatile idolo delle matinées non ne volle sapere. Ma poco dopo un suo amico, l’ammiraglio Lord Louis Mountbatten, gli descrisse a cena con vivi colori il ruolo che nella battaglia di Creta avevano avuto le unità di marina più piccole. Allora l’idea di Del Giudice parve a Coward molto più interessante: il commediografo gli comunicò che accettava, però alle condizioni di scrivere il soggetto, interpretare la parte del protagonista, dirigere il film, scegliere il cast, e avere il massimo controllo sulla realizzazione. Del Giudice non batté ciglio. Come gli accade molte altre volte, quando fu girata la prima scena di In which we serve, Del Giudice non aveva la minima idea dove avrebbe trovato i soldi per il film. S’era fatto prestare qualche migliaio di sterline dall’amico Sassoon, ma non disponeva di altri fondi. Contratti di distribuzione non era riuscito a trovarne. Ai distributori i nomi degli interpreti (John Mills, Richard Attenborough, Bernard Miles, Celia Johnson, tutti destinati alla fama), non dicevano molto. Il solo nome noto era quello di Noel Coward, ma nemmeno questo diceva molto in termini di cassetta. Senza dire niente a nessuno, Del Giudice corse il rischio di cominciare la lavorazione senza un contratto di distribuzione. La fortuna lo protesse: sei mesi più tardi la British Lion Film Corporation decise di finanziare il film e di stipulare con la casa di produzione di Del Giudice un contratto di distribuzione.

Nacque così un classico del cinema inglese, un film che non solo fu il trampolino di molte carriere cinematografiche (fra cui quella del regista David Lean), ma ebbe anche un enorme successo di propaganda in quanto servì molto a scuotere dal neutralismo l’opinione pubblica degli Stati Uniti, in parte abbagliata e forse anche affascinata dai successi dei nazisti nella prima fase della guerra. Non dimentichiamo il successo finanziario: il film che era costato 240.000 sterline, una somma enorme a quei tempi, incassò 300.000 sterline in Gran Bretagna e due milioni di dollari in USA. Del Giudice si convinse che il successo del film dipendeva da due fattori: l’accentramento di tutte le responsabilità artistiche nelle mani d’un solo artista, e il livello del suo costo. « Non preoccupatevi per i quattrini », diceva ai suoi collaboratori, « le preoccupazioni sono affar mio. I nostri film devono avere la classe delle Rolls-Royce. I film inglesi del passato erano scadenti perché costavano poco. »

Seguirono The gentle sex diretto da Leslie Howard, This happy breed e Blithe spirit, regia di David Lean, soggetti di Noel Coward, The way ahead, diretto da Carol Reed, The way to the stars, regia di Anthony Asquith, soggetto di Terence Rattigan, The Demi-Paradise, in cui Laurence Olivier fa la parte d’un tecnico sovietico che, bloccato in Inghilterra per qualche tempo, finisce, nonostante tutti i suoi pregiudizi, per amare la “British way of life”, grazie anche ai sorrisi d’una ragazza e alle umane stranezze degli inglesi, quali le trasmissioni di gorgheggio di usignoli da parte della BBC.

Nel maggio del 1942 Laurence Olivier declamò alla radio due brani dell’Enrico V di Shakespeare, cioè il Discorso di S. Crispino e il Discorso di Harfleur. Ascoltare il programma e concepire il progetto di filmare Enrico V furono per Del Giudice una cosa sola. Dapprima Olivier esitò. Non credeva nella propria competenza cinematografica, ma soprattuto nella “cinematogradabilità” di Shakespeare. Ma quando Del Giudice, con la sua parlantina torrenziale e sgrammaticata lo fece “direttore artistico” del film, Olivier decise di correre il rischio.

Qui entra in scena J. Arthur Rank. Questo magnate della farina e dei forni di pane, di confessione metodista, di costumi rigidamente puritani, lavoratore infaticabile, risparmiatore sino alla tirchieria, nemico giurato dell’alcol e di ogni genere voluttuario (eccettuate le sigarette), è quanto di più dissimile si può immaginare da un uomo come il nostro Filippo Del Giudice. Rank era entrato nel cinema qualche anno addietro, non per dare agli inglesi, dopo il “panen”, i “circenses”, ma per fare film religiosi ed edificanti. Lo indisponeva da Shakespeare, a proposito dell’Enrico V, l’impiego di un linguaggio sboccato. Del Giudice riuscì a perorare vittoriosamente la causa di Shakespeare presso Rank. Per salvare Enrico V, gli disse, occorrevano 300.000 sterline. In realtà sapeva che la somma non sarebbe bastata. Rank sborsò, avvertendo a Del Giudice che non avrebbe messo fuori un penny di più. S’ingannava: Del Giudice, che sapeva far ridere Rank coi propri errori nella lingua inglese, lo persuase a sborsare ancora 175.000 sterline.

Dopo aver ottenuto, in seguito all’interpretazione di Enrico V, il suo primo Oscar, Olivier si recò da Del Giudice, depose la statuetta sul suo scrittorio e gli disse: « Dovevano darla a te. Senza di te l’Enrico V non sarebbe stato mai realizzato ».

A proposito dell’Amleto (prodotto da Laurence Olivier, produttore esecutivo Del Giudice), Olivier disse che  sarebbe rimasto un sogno « senza il generoso incitamento di Filippo Del Giudice, la persona più gentile e coraggiosa che lavori del nostro cinema ». Rank che ormai, non senza dolore di Del Giudice, aveva assorbito la Two Cities nella sua Rank Corporation, anche stavolta cercò di « contenere gli sperperi », cioè economizzare al massimo. Per questo volle che l’Amleto fosse realizzato in bianco e nero, e fissò il costo limite di 250.000 sterline. Del Giudice riuscì a ripetere la solita manovra. Il film fu, per ragioni artistiche, in bianco e nero ma costò 580.000. Ebbe l’Oscar più ambito, quello che viene assegnato al miglior film dell’anno.

A questo punto, il nostro Del Giudice perse il senso del danaro. Il guaio è che si trattava di danaro Rank. Per Men of two worlds spese 600.000 sterline. A Winston Churchill pagò 25.000 sterline per la Life of Marlborough, che poi risultò  inservibile per un soggetto cinematografico. Per Then and now, un film che non fu portato a termine, spese 100.000 sterline.

Filippo Del Giudice viveva da nababbo, spendeva in media 600 sterline alla settimana. Aveva un guardaroba di proporzioni dannunziane, un lussuoso appartamento a Grosvenor House e una residenza in campagna, Sheepcote Farm a Chilter Hills, che gli era costata 100.000 sterline, con una sala di proiezioni del costo di 10.000. Alle sue parties fastosissime intervenivano politici, aristocratici, artisti, le più belle donne dell’Inghilterra (ed oltre, per esempio Paulette Goddard). Arrivò al punto d’assumere come “segretario personale” un amico del duca di Windsor, il maggiore Metcalfe.

Atticciato, panciuto, con occhiali cerchiati di nero, capelli grigi spazzolati all’indietro, sempre perfettamente glabro, perché si sbarbava anche due o tre volte al giorno, profumato di acqua di lavanda, sempre con un sigaro acceso, anche prima del breakfast. Mangiatore formidabile, sebbene bevesse poco e un bicchierino di sherry bastasse a metterlo in allegria. Era ghiotto in particolare dell’insalata russa. Ad un certo punto coltivò l’hobby di navigare su e giù per il Tamigi a bordo d’un grosse panfilo che aveva comprato per questo scopo. Con indosso solo un  paio di calzoncini che potevano contenere appena una piccola parte della sua pancia, con un cappello, e, naturalmente, gli occhiali e il sigaro, si divertiva un mondo a manovrare il timone, lanciando imprecazioni alle barche  che gli ingombravano la strada.

Lo scontro con gli amministratori della Rank era inevitabile. Nel 1948, dopo una lite col braccio destro di Arthur Rank, John Davis, che l’accusava di spendere troppo, piantò l’organizzazione. Fondò una piccola società, la Pilgrim Films, poi tornò in Italia, quasi senza soldi, con la speranza di fare ancora del cinema. Non ci riuscì. E non riuscì nemmeno a rientrare nel cinema inglese. Fece di necessità virtù, ed abbracciò di buon animo i rigori d’una vita monastica, illuminata dalla fede religiosa. Ma non seppe mai rinunciare alle sue ambizioni cinematografiche. La sorte lo fece morire (in una clinica fiorentina il 31 dicembre 1962) lontano dalla scena dei suoi trionfi, ma essi fanno ormai parte della storia del cinema.

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