Arte e dolore

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Roma, 26 aprile 1945. Le guerre, le rivoluzioni e il dolore non sono utili ai fini della creazione artistica.

Ho spesso esaminato con curiosità le vite di poeti e scrittori che mi sono particolarmente cari. Di Keats e di Leopardi, malati e pieni di dolori, che tuttavia nei primi anni di gioventù raccolgono la tradizione poetica del loro paese e la rinnovano profondamente. Di Tolstoi che si ritira in campagna e compone in pace il suo grande libro sulla guerra. Di Rimbaud che nel giro di una sola stagione felice lascia uno dei maggiori libri di versi della Francia moderna. Di Flaubert che scrive i suoi romanzi nella tranquillità della sua casa di Rouen. Di Manzoni, dell’Ariosto, del Boccaccio, di Dante e di quanti insomma costituiscono con i loro libri il fondo più sicuro delle mie letture. E ho constatato che sono vissuti tra difficoltà spesso molto gravi ma non irreparabili, in tempi agitati, ma non ferini. E che comunque queste difficoltà e questi tempi con tutta la loro gravità gli hanno permesso di non considerare l’arte come qualcosa di casuale, di improbabile, di perituro. Come qualcosa invece che aveva un suo valore, una sua vitalità indipendenti e indiscutibili.

Oggi gli artisti si trovano invece precisamente in mezzo a difficoltà che sembrano irreparabili, sia private che pubbliche, e sono costretti a vivere in tempi peggio che ferini. L’arte stessa appare piuttosto un miraggio che una meta sicura. Le tradizioni sono interrotte o in pericolo. La mancanza di stabilità e di sicurezza ha raggiunto poi un grado fantastico: è più sicura è più stabile la condizione delle belve in fondo alla foresta. In simili contingenze si chiede agli artisti, agli scrittori sopratutto, di partecipare e al tempo stesso di fare opera di poesia.

Noi pensiamo che gli scrittori partecipano vivamente e già da un pezzo ai fatti presenti. Ne è la prova la scarsità delle opere, la loro superficialità, la loro frettolosità giornalistica. Gli è che questa partecipazione è tanto profonda che impedisce addirittura di lavorare. Tanto impegnativa che persuade a cambiar mestiere.

Avviene agli artisti come ad ogni altra creatura vivente. Più su o più  giù di tanti gradi la vita muore e non ci sono che speciali e insignificanti organismi che possano resistere, come al polo o nei deserti africani. Ora queste temperature che ammazzano o per lo meno sospendono le forme più complesse di vita sono proprio quelle delle guerre e delle rivoluzioni.

Con questo si vuol forse dire che le guerre e le rivoluzioni non debbono farsi? Al contrario; esse vanno fatte ogni volta che lo si ritenga necessario. Ma si aspetti per vederne gli effetti nel campo dell’arte che almeno i morti siano seppelliti e le rovine ricoperte dall’erba.

Alberto Moravia
(La Città Libera, 26 aprile 1945, estratto dall’articolo “Arte e dolore”) 

2 pensieri riguardo “Arte e dolore”

    1. Grazie a te per la visita e il commento! Infatti, Alberto Moravia aspetterà qualche anno per pubblicare “La Ciociara” (mi sono ricordato di questo articolo l’altro giorno rivedendo il film in tv).

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