Ciao, Federico!

Federico Fellini (20 gennaio 1920 - 31 ottobre 1993)
Federico Fellini (20 gennaio 1920 – 31 ottobre 1993)

V’è, nel lavoro del regista, un aspetto clownesco, un certo istrionismo. Il regista è l’uomo che arriva in un luogo pubblico, blocca la circolazione, costringe le macchine a spostarsi in ogni senso e poi comincia a urlare. È, di volta in volta, un pirata e un detective privato. C’è, poi, quello strano equipaggio che avete attirato sulla barca e che, dopo cinque settimane di navigazione, vuol tornarsene a casa. Allora dovete trasformarvi in despota, in clown, in seduttore e in boia. Sono cose necessarie in questo mestiere dove, incessantemente, dovete affermare violentemente la vostra personalità. Per esempio, io non so ballare, perché mi pare di essere ridicolo; non ho mai avuto il coraggio di affrontare la pista di un dancing: tuttavia, allorché sono costretto ad insegnare come si balla ad un attore, a un centinaio di attori, divento un emerito maestro di ballo, al punto che le stesse comparse mi applaudono.

Ancor oggi, la macchina da presa resta per me un completo mistero. Quando vedo che la aprono, che la attaccano a colpi di cacciavite perché la pellicola si è inceppata, rimane per me un miracolo il fatto che si verifichi l’eventualità di poter ricominciare a girare. Durante i primi anni della mia attività, ero talmente ansioso di apprendere quanto uno o l’altro critico avevano potuto scrivere su di me, che acquistavo tutti i giornali e li leggevo appassionatamente. Mi resi poi conto, però, gradualmente, che era meglio ignorare le opinioni della critica, in quanto le lodi potevano finire col nuocermi. Ci si comincia a forgiare una personalità che non è la vostra, a ritenersi un tipo adulato cui tutti cercano di acquistare le grazie, si finisce con l’annullare la sia pur minima incertezza, mentre l’incertezza, il dubbio, è un elemento fondamentale per colui che desideri progredire.

Ognuno deve vivere secondo il proprio carattere: mi sembra di trarre miglior profitto dalle osservazioni rivoltemi dalla donna che viene a casa mia per cardare i materassi. Il suo modo di vedere è, forse, più diretto e, per me, più pertinente di quello di coloro che giudicano la vostra opera secondo certi criteri estetici, che presuppongono una certa cultura, certi riferimenti intellettuali e letterari.

Per Otto e mezzo, i critici sono andati a riesumare James Joyce: risposi loro che non l’avevo mai letto. Dovevo dirlo, non tanto per difendere l’originalità della mia opera, ma perché questa mania dei critici di catalogarvi mi sembra veramente pietosa.

Uno scrittore che mi ha sempre affascinato è Kafka. Altri libri che amo molto sono il Don Chisciotte e I viaggi di Gulliver. In certi momenti, mi ha commosso e profondamente sconvolto Dostoevskij. E ancora Gončarov con il suo Oblomov. Ma trarre il proprio nutrimento dagli altri può essere un modo di avvelenarsi. Per un artista, la cosa più importante è l’attingere direttamente le fonti della vita.

Mi sento assai vicino a Ingmar Bergman e Akira Kurosawa. Mi basta vedere uno dei loro film per comprendere che lo spirito è lo stesso, un insieme di numero da circo equestre e di dramma. Ecco il cineasta con un copricapo da clown, una barba da profeta, una frusta da domatore e la bacchetta magica con una piccola stella: colui che conduce il gioco, nel senso proprio del termine. Se dovessi mai incontrare Bergman o Kurosawa, avrei l’impressione di trovarmi con un compagno di classe.

Bisogna riconoscere al cinema italiano l’immenso merito di essere stato, nel dopoguerra, il primo specchio proposto alla coscienza nazionale. In séguito, il neorealismo ha degenerato. I vagabondi, le prostitute, gli straccioni e la miseria venivano continuamente rievocati sui nostri schermi. Gli ignoranti, gli intellettuali disonesti edificarono su tali basi un’estetica che battezzarono neorealismo ma che è stata, in effetti, un tradimento del neorealismo. Esso era stato un’aspirazione verso una libertà interiore, verso una libertà tout-court. Taluni tentarono di interpretare questa libertà al solo scopo di rappresentare la realtà sociale, ma, per fortuna, grazie ad altri artisti, il cinema italiano ha continuato a proseguire ad analizzare la realtà umana in modo sempre più soggettivo, nel tentativo di raggiungere una rappresentazione onesta, sincere ed estremamente penetrante.

Federico Fellini
(estratto da Cinémonde, 4 agosto 1964)

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