Le considerazioni di Monsieur Hulot

− I personaggi del vostro film Mio Zio si vedono come di sfuggita, sempre in campo lungo, e mai a quadro pieno, di fronte. Non c’è un primo piano in tutti il film. Perché?

− Mi è piaciuto di mettere lo spettatore nella posizione di un vicino di casa, dei Signori Arpel. I vicini di casa si ascoltano piacevolmente e si studiano, a distanza di cortesia. Mi pare che sia una posizione logica e verosimile per uno spettatore… Non esiste, nel mio film, un personaggio di primo piano, come del resto non c’è una contrapposizione tra personaggio serio e personaggio comico. Lo ‘zio’ Hulot è allo stesso livello degli altri.

− Fino a che punto sareste disposto a condividere le ragioni dello ‘zio’ Hulot?

− Fino all’ultimo. Io difendo, per suo tramite, l’individualità contro la standardizzazione, i prati erbosi senza linee geometriche che racchiudono i movimenti degli uomini nelle città, la libertà di camminare per la strada con le mani intasca, fischiettando… Non è che io sia contro la civiltà moderna o contro l’architettura d’oggi. Dico alla gente: Signori, difendete la finestra della vostra casa affinché non sia una cella d’alveare, indistinguibile tra mille. Temo che dovendo attenervi allo standard, finirete per perdere l’amore per le cose.

da un’intervista di Jaques Tati (1958)

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