Queen Gloria sul Sunset Boulevard

Gloria Swanson 1925 c.a.
Gloria Swanson 1925 c.a.

A Hollywood e nella vicina Beverly Hills il Sunset Boulevard  serve di trait d’union fra il tempo e lo spazio. Passa davanti alla favolosa e storica Hollywood che F. Scott Fitzgerald tentò di usare come sfondo nel romanzo The Last Tycoon (sfondo che il film A Star is Born non seppe affatto rendere); passa davanti alla Hollywood dalle ampie case in falso Barocco spagnolo che ricordano i giorni in cui il fisco usava molta cortesia nei riguardi degli introiti personali dei “divi”. E, descrivendo un’ampia curva, la strada tocca anche le sponde della comunità “alla benzedrina” degli anni ’40/’50… Il film Sunset Boulevard fa altrettanto. Comincia con un cadavere che galleggia in una piscina di Beverly Hills mentre la voce del morto racconta agli spettatori gli avvenimenti di quei pochi straordinari mesi precedenti il suo trapasso. L’uomo è Joe Gillis (William Holden), uno sceneggiatore di mezza tacca che sfugge ad una coppia di agenti fiscali nascondendo — durante un inseguimento — la sua auto nel garage di una villa magnifica seppur un po’ in rovina. Joe sta osservando con cautela la strada per tornare ad Hollywood, quando un maggiordomo estremamente austero (Erich von Stroheim) gli fa un cenno dalla porta, e lo informa che la padrona di casa lo sta aspettando al piano superiore. Joe dà la sua prima occhiata alla signora, Norma Desmond (Gloria Swanson), nella camera dove giace il suo scimpanzé, morto, disteso in gran pompa su un letto.

Tanto Norma che Max (si chiama così il maggiordomo) avevano scambiato Joe per un imbalsamatore di animali. Quando Norma — che è una grande “Lady” del muto a riposo viene a sapere che Joe fa lo scrittore, lo assume perché dia gli ultimi tocchi al soggetto che lei stessa ha scritto per il suo ritorno al cinema nella parte di Salomè. Norma espone le sue idee: il film muto era il vero mezzo d’espressione dell’attore, la rumorosa colonna sonora non è che un espediente disperato e importuno. « Non avevamo bisogno del dialogo! », dice a Joe una sera in cui assistono alla proiezione di un vecchio film che reca il marchio “Desmond”. « Avevamo un volto! ». (E benevolmente ammette che anche la Garbo ha un volto). Il mausoleo Desmond ha — il che è comprensibile — una sala di proiezione. C’è anche una grande camera di soggiorno arredata con mobili paurosi e possenti, un camino fatto a caverna, e un pavimento piastrellato che Rodolfo Valentino trovò eccellente per ballare il tango. Non mancano l’organo a canne, il pianoforte placcato in oro, i ninnoli insulsi e le cosette inutili, e soprattutto una esposizione di fotografie che ricordano tutte la bella Norma Desmond nelle varie fasi della sua carriera. Meno comprensibile è quanto Joe scopre: nessuna porta ha la serratura. « Madame », spiega in seguito Max, « ha tendenza al suicidio ». Tutto favorisce la relazione tra lo scrittore opportunista e la matura attrice, la quale rifiuta di credere che il suo pubblico l’abbia dimenticata. Che il loro legame sia un fatto • abbastanza impressionante, per quanto a la fine risulti squallido, che Norma sia una patetica e disperata creatura, e Joe un ragazzo imbarazzato e infastidito piuttosto che un essere spregevole, tutte queste notazioni sono frutto della speciale “finesse” che permea la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione dello straordinario film di Brackett e Wilder. Dalle prime astute manovre di Norma per trattenere Joe alla crisi mentale dell’ultima sequenza, quando ella viene a sapere che il giovane intende lasciarla, Sunset Boulevard è stipato di scene ed episodi che mescolano il passato e il presente di Hollywood ottenendo notevoli effetti di incubo. Le quindicinali partite di “bridge” giocate da Norma con i suoi vecchi compagni di lavoro (vediamo Anna Q. Nilsson, H. B. Warner e Buster Keaton) sono definite da Joe « il museo delle figure di cera ». Quando lei visita Cecil B. De Mille con l’inutile speranza di interessare il vecchio regista ad un suo “clamoroso ritorno al cinema” (De Mille è impersonato da De Mille) abbiamo la dimostrazione davvero sbalorditiva di quanto l’industria cinematografica sia mutata con l’avvento del sonoro (e di quanto poco sia mutato Cecil B. De Mille). E non dimentichiamo la scena nostalgica e stranamente toccante in cui Norma, per distrarre il suo amante vezzeggiato e annoiato, fa prima la comparsa col parasolino roteante come una “bathing beauty” di Mack Sennett, poi una imitazione — tutta smorfie — del suo vecchio amico Charles Chaplin (che pure nelIa realtà, è un vecchio amico della Swanson).

Alle prese con una parte terribilmente difficile — è un individuo che lotta stancamente con se stesso — William Holden offre una interpretazione con la quale pochi attori del cinema e del teatro americano potrebbero rivaleggiare. Nancy Olson è convincente nella parte della ragazza “onesta” — è un nuovo ruolo: quello della rampolla la cui famiglia un tempo era interessata al cinema –; è insomma la donna “buona” che Joe ha la decenza di trascurare e infine di abbandonare. De Mille — come c’era da aspettarsi — ci dà un benevolo ritratto del “grand’uomo” occupato a girare Sansone e Dalila; von Stroheim è notevole nella parte del maggiordomo che è stato il primo marito di Norma e (come è nella realtà) uno dei più grandi registi dal cinema muto. Buona parte del film è aderente alla vera vita degli interpreti. Talvolta mette persino in imbarazzo chi conosce i fatti di Hollywood. C’è, ad esempio, una scena in cui Max proietta per Joe e Norma una sequenza di Queen Kelly, ovvero un film della Swanson che von Stroheim diresse nel 1928 e non fu mai presentato negli Stati Uniti. Dobbiamo però aggiungere che qualsiasi affinità la Swanson possa avere con le attrici tramontate ed esaurite, questa sua interpretazione del 1949 è a un millimetro dall’essere definita magnifica. La parte migliore è alla fine: quando l’assassina, demente, passando oltre il cordone della polizia per dirigersi verso l’ambulanza che l’aspetta alla porta, crede che finalmente sia arrivata la sua ora, l’ora di tornare al lavoro. E scambia le macchine da presa dei “cinereporters” per le macchine da presa che secondo la sua immaginazione ormai malata Max avrebbe piazzato per girare la prima scena del film su Salomè.

Gloria Swanson 1950 (foto di Philippe Halsman)
Gloria Swanson 1950 (foto di Philippe Halsman)

Nata a Chicago il 27 marzo del 1899, Gloria May Josephine Swanson esordì nel cinema all’età di quattordici anni. Fu condotta un giorno negli studios della Essanay a Chicago da una zia, e un regista le assegnò — a titolo di esperimento — una parte di poco conto. Due anni dopo divenne la protagonista delle comiche di Mack Sennett, ma solo nel 1918, quando Cecil B. De Mille la scritturò, l’attrice cominciò a farsi strada. Sotto l’astuta guida di De Mille, con film di grosso successo come Don’t Change Your Husband (nel quale impersonava una vamp piena di fuoco), Male and Female (il suo primo grande trionfo) e The Affairs of Anatol (dove tornava ad essere una tentatrice esotica), Gloria fu collocata in pochi anni sul trono riservato alla “Queen of Glamour”. Attirò l’attenzione con i suoi famosi bizzarri costumi e specialmente con le acconciature piene di fantasia, che furono largamente copiate ai suoi tempi. Quando nel 1921 la Paramount rilevò il suo contratto, Gloria si vide imprigionata in una serie di drammi alto-borghesi che incanalarono la corrente del suo sottile fascino (un fascino che nasceva da un volto felino) in una ben definita direzione: cosicché Gloria si trovò un giorno ad essere una delle “donne meglio vestite del mondo”. Per reagire a questo incarico da manichino, l’attrice emigrò nel 1924 in Francia e apparve in un film di ambiente napoleonico, Madame Sans Gêne. Al suo ritorno a Hollywood la Paramount le offri un contratto a 18.ooo dollari la settimana. Ma la Swanson, piena di giustificata fiducia in se stessa, rifiutò il legame con la Paramount per poter organizzare in proprio una società; e presentò molti suoi film — come Sadie Thompson, ad esempio, tratto dal romanzo Pioggia di W. Somerset Maugham — tramite gli United Artists di cui divenne comproprietaria. Nel 1932 la Swanson si ritirò dal mondo dello spettacolo e divenne una donna d’affari. Sciolse la compagnia cinematografica e per continuare le avventure commerciali di un tempo, fondò la Multiprizes Inc. Importò molti elaborati brevetti resi di pubblica conoscenza in Europa. Tra le sue importazioni, tanto per fare un esempio, troviamo un impianto per separare le leghe, un tipo davvero “superiore” di bottone in materia plastica, e una vernice economica, e resistente alla luce, per segnare i nomi delle strade e i numeri. Quest’ultima operazione mise Gloria in diretto conflitto con Hitler che confiscò il primo carico dalla Germania, vietò ogni altro invio e spedì, senza un plausibile motivo, l’inventore in un campo di concentramento.

Ai tempi di Sunset Boulevard, e ai pari del personaggio di Norma Desmond, Gloria Swanson insisteva che lei non aveva nessun bisogno di “revivals” , con tutti gli annessi di un temporaneo oblio da parte del pubblico, bensì semplicemente di “un ritorno” al cinema. E in verità la “star” non s’era mai assentata a lungo. Sarà per questo che, alzando la mano sinistra con il pollice e l’indice lievemente discosti a mezzo centimetro di distanza diceva: « Non c’è tanto così di me stessa nel soggetto di Sunset Boulevard ».

teresa e dossier per la stampa di Sunset Bouvelard (1950)

foto: missavagardner e toshiromifunes

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