Storia di un manoscritto salvato dalle tignole

« … il mio lavoro non mi soddisfaceva. Ed ecco che un giorno sono andato in San Pietro, e là, d’un tratto, si drizzò innanzi a me una forte e chiara forma per quel che avevo a dire. Ora, io ho gettato dietro alle mie spalle tutto ciò che durante un anno m’ha tormentato senza condurre a nulla di buono, e a metà luglio ho cominciato qualcosa di nuovo, che cammina come ancora mai nulla di ciò che ho scritto, ha camminato…»
Henrik Ibsen

Era il dramma «Brand», cinque atti in versi. Ecco il resto della storia.

Nella primavera del I868, quinto anno del suo volontario esilio in Italia, Ibsen risali un poco verso il nord, per passare l’estate nel Tirolo: non sapeva dove in seguito si sarebbe recato. Contava in ogni modo di tornare in Italia.

Partendo, lasciò un baule all’Associazione Scandinava di Roma. Esso conteneva vari oggetti, fra cui dei libri e dei manoscritti.

Dieci anni più tardi, Ibsen ritornò, e il suo baule gli fu restituito: ma vuoto.

Le tignole s’erano introdotte tra il baule e la pelle di foca che lo ricopriva; il baule era stato aperto, e tutte le carte erano state riposte in un vasto armadio, situato in una stanza buia, dove si ammucchiavano tutte le carte da conservarsi: una sorta di archivio molto disordinato, poiché gli impiegati dell’Associazione, che avrebbero dovuto curarsene, mutavano spessissimo. In breve, quando Ibsen reclamò i manoscritti, essi non furono ritrovati. E non se ne parlò più, giacché, com’ebbe a dire la moglie di Ibsen, « allorché egli teneva una cosa per disperata, non ne faceva più parola ».

Nel I886 l’Associazione Scandinava cambiò locale: dal palazzo Corea in via Pontefici, andò ad insediarsi più modestamente in via Condotti. II grande armadio degli Archivi; insieme ad un blocco di volumi mediocri che ingombravano la biblioteca, fu allora venduto, ed è probabile che nella vendita fossero compresi i manoscritti del famoso baule.

Comunque sia, fu in un negozio romano di « bric à brac » che furono ritrovati, dieci o dodici anni dopo quel trasloco, alcuni manoscritti riconosciuti di Ibsen, datati dall’epoca del primo suo soggiorno a Roma.

Ibsen distruggeva o conservava accuratamente tutti i suoi manoscritti, specialmente le minute e le prime stesure dei suoi lavori, a tal punto che non si conosceva di lui sin qui nessuna opera fuor che nella forma definitiva. Egli aveva l’abitudine di regalare la copia di sua mano pronta per la stampa, e sempre molto accurata, ad un amico di Copenaghen. Salvo il manoscritto di « Catilina », pieno di cancellature, non esistevano dunque di Ibsen, prima della scoperta presso l’antiquario romano, che tali copie in scrittura regolare, quasi impassibile, con rarissime cancellature.

Ora, i manoscritti ritrovati contenevano, incompleto, un « Brand » in forma di poema epico.

Non v’ha dubbio si tratti di carte che Ibsen aveva l’intenzione di serbare e che si sono fuorviste per accidente: sono queste certamente le carte sottratte dal baule visitato dalle tignole.

La scoperta fu fatta da un danese, Andreas Reisen Pontoppidan, amatore d’arte e collezionista colto, conoscitore dell’opera di Ibsen, ma non sufficientemente informato per discernere da solo, sopratutto con un rapido esame, se l’interesse della scoperta superasse di molto la curiosità d’un litografo. Egli mori nel 19o7 senza conoscere il valore dei manoscritti posseduti. Sembra tuttavia che avesse una vaga intuizione della loro importanza, poiché egli li legò alla biblioteca di Copenaghen, specificando il proprio desiderio di sottometterli prima all’esame del professore Karl Larsen. E questi non durò fatica a riconoscere la storia di Brand raccontata in versi, racconto epico che si sapeva esser esistito, avendone parlato con Henrik Jaeger nel suo libro su Ibsen riveduto da Ibsen stesso.

I manoscritti davano il principio del poema. in due stati, il primo, semplice minuta in scrittura affrettata, il secondo, copia più attenta su carta migliore, già pronta per la stampa. E offrivano il doppio interesse di darci un saggio, benché frammentario, del « Brand » epico, e nello stesso tempo di mostrarci qualcosa del metodo di lavoro di Ibsen.

Il Larsen intraprese dunque la pubblicazione dei manoscritti, dopo essersi munito dell’autorizzazione della vedova e del figlio di Ibsen, e, coll’aiuto dei loro ricordi, averne ristabilita la storia.
(Il Tirso, 10 luglio 1910)

La lapide che ricorda il lungo soggiorno di Ibsen a Roma inaugurata il 7 luglio 1910, bassorilievo dello scultore norvegese Lerche.

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3 pensieri riguardo “Storia di un manoscritto salvato dalle tignole”

  1. Bello questo ricordo, ma soprattutto mi colpiscono le parole di Ibsen: “si drizzò innanzi a me una forte e chiara forma per quel che avevo a dire”. Esperienza conosciuta, credo da quelli che amano scrivere! Grazie per questo bell’articolo e per tutti i tuoi passaggi da me.

    1. Proprio quelle parole hanno ispirato il post.
      Riconosco, e chiedo scusa per questo, che arrivo sempre in ritardo, ma il tuo blog è un vero “faro”, molto utile (e interessante) per orientarsi nella giungla del cinema. Grazie a te.

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