Accattone ieri

Accattone può essere visto anche, in laboratorio, come il prelievo di un modo di vita, cioè di una cultura. Se visto così, può essere un fenomeno interessante per un ricercatore, me è un fenomeno tragico per chi ne è direttamente interessato: per esempio me, che ne sono l’autore.

Quando Accattone è uscito, benchè fossimo agli inizi di quello che veniva chiamato « boom » (parola che ci fa già sorridere come « belle époque » o « stile aerodinamico »), eravamo in un’altra età.

Un’età repressiva. Niente era in realtà cambiato – attraverso tutti gli anni Cinquanta – di ciò che aveva caratterizzato l’Italia negli anni Quaranta e prima. La continuità tra il Regime fascista e il Regime democristiano era ancora perfetta. In Accattone due fenomeni di tale continuità sono impressionanti: primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia.

Su questo secondo punto c’intendiamo subito tutti, è inutile spendere parole. Infatti parte della polizia è ancora così: e basta andare a Madrid o a Barcellona per rivedere le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore.

Sul primo punto ci sarebbe invece da scrivere a lungo: perché nessun borghese nel 1961, quando Accattone è uscito, sapeva in concreto cos’era e come viveva il sottoproletariato urbano e nella fattispecie quello romano; e nessun borghese nel 1975, anno in cui Accattone viene proiettato in televisione, ancora, sa in concreto cosa fosse quel sottoproletariato e cosa sia il sottoproletariato oggi. Tutti i borghesi sono infatti razzisti, sempre, a qualsiasi partito essi appartengano.

Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 8 ottobre 1975)

Nota del curatore: Ascoltate con attenzione il “trailer”.