Compito dell’arte drammatica secondo Max Reinhardt

Max Reinhardt
Max Reinhardt

“La presenza degli spettatori in teatro non è solamente una necessità economica, ma è un bisogno fondamentale dell’arte drammatica. Lo spettatore è metà dell’attore, e spesso la sua metà migliore. Fra i due esiste una specie di unione matrimoniale indissolubile, stretta però solamente per la durata della rappresentazione, e automaticamente disciolta al chiudersi del velario. Il biglietto d’ingresso è il contratto legitimo e legale di quest’unione che viene annullata poco prima della mezzanotte…. E dunque una favola che l’attore possa mai dimenticarsi del pubblico. Nel momento preciso della sua più grande foga, egli si rende conto che migliaia di persone l’osservano col respiro sospeso, e questo pensiero è quello che apre la porta da cui fluisce il suo animo.
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In generale l’individuo medio non prova che una volta sola nella vita intera la benedizione dell’amore, una volta solamente la gioia della libertà: odia una sola volta, una volta sola seppellisce con profondo dolore la persona amata, e alfine egli stesso muore una volta sola. Questo è troppo poco per la nostra innata capacità di amare, odiare, gioire e soffrire.
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L’abisso fra il palcoscenico e la platea sarà colmato (era stato creato solamente per le orchestre d’opera), l’attore sarà tolto alla pompa e allo splendore superflui, e posto direttamente fra il pubblico – com’era nel teatro antico e ancora fino ai tempi di Shakespeare. E allora i tarlati, vecchi costumi se ne andranno, insieme alle costosissime ed antiquate abbondanze di decorazione. Ma dalla nuda, completa, viva e fruttifera unione fra attori e spettatori, fra essere umano ed essere umano, avremo guadagnato qualcosa di incomparabilmente grande. Fino a questa mèta il cinematografo non potrà seguirci, perché tra gli uomini viventi e le ombre predestinate e immutabili dello schermo non può mai verificarsi quell’atto mistico a cui il mondo reale, quanto la sua artistica riproduzione: il teatro, devono la loro vita.”

Max Reinhardt, gennaio 1932

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