Vittorio De Sica ricorda

Tatiana Pavlova interprete di La Signora dalle Camelie, disegno di Enrico Sacchetti (Comoedia, 1 novembre 1923)
Tatiana Pavlova interprete di La Signora dalle Camelie, disegno di Enrico Sacchetti (Comoedia, 1 novembre 1923)

Una sera del 1923, passeggiando per Corso Umberto incontro una vecchia conoscenza: l’avvocato Gino Sabbatini. Ci salutiamo, riprendiamo la nostra passeggiata, osservando le belle signore e discorrendo del più del meno. Ad un certo punto gli chiedo se è già entrato come praticante in uno studio d’avvocato e come si trova all’inizio della sua nuova vita. E Sabatini, con la più grande naturalezza mi risponde:

— Non faccio l’avvocato. Vado in arte.

— Con chi?

— Con la Pavlova.

— Vengo anch’io.

— Benvenuto.

— Allora dimmi cosa devo fare.

— Presentati alla signora Pavlova.

— Mi accetterà?

— E’ affar tuo.

— Allora conducimi da lei. Anzi prendiamo una carrozzella.

Così, al trotto di un vecchio ronzino, che mi sembrava proprio quello del leggendario Carro di Tespi, feci il mio ingresso nel teatro italiano, grazia ad una signora russa che per prima ebbe fiducia in me.

Una fiducia, beninteso, saggiamente misurata, perché mi accettò come generico e mi affidò delle particine che sarebbero andate benissimo nel cinema… muto.

Una prova della Compagnia Pavlova, Vittorio De Sica ultimo a sinistra nella seconda fila
Una prova della Compagnia Pavlova, Vittorio De Sica ultimo a sinistra seconda fila

Ma mi dette anche la soddisfazione di promuovermi a ruoli più importanti dopo pochissimo tempo. Seppi rispondere alla sua bontà ed alla sua fiducia perché capitata la compagnia a Milano, il critico più autorevole del teatro ambrosiano pronosticò che avrei fatto della strada. Fin d’allora la signora Pavlova si era imposta all’attenzione delle platee italiane e già raccoglieva i primi entusiastici consensi. La nostra compagnia era animata da un fervidissimo spirito di collaborazione ed anche di disciplina: la nostra capocomica era anche una vera maestra per noi novellini, ogni giorno di prova era per noi anche una bella scuola… insomma bei tempi, che ricordo sempre con nostalgia. Anche se furono, qualche volta, un poco duri e… famelici. Ma se un attore non ha sofferto la fame, almeno una volta in vita sua, non può dirsi attore compiuto: gli manca il crisma misterioso che, col tempo, gli servirà per ritrovare i più belli accenti di umanità. Un po’ di fame, un po’ d’amore, un poco di dolore, molte illusioni ed una ingenua fede nel proprio destino, ecco ciò di cui ha bisogno un vero attore.

Il crisma della fame io lo ricevetti a Ferrara, in pieno inverno: gli affari andavano male, faceva freddo e le paghe… si congelavano spesso. Gino Sabbatini, Ettore Dondini ed io condividevamo la stessa stanza in una modestissima pensione, una stanza singolarmente fredda. Praticamente, la dimostrazione era fornita dalla catinella dell’acqua che, durante la notte si gelava, per cui, la mattina, bisognava romperla con qualche utensile… Tutti e tre rimanevamo nel grande letto matrimoniale messo a disposizione gentilmente dalla direzione. Leggevamo dei libri, discutevamo di temi artistici, ripassavamo la parte… Fino alle quattro del pomeriggio stavamo in questo letto con due scopi essenziali da perseguire: rimanere al caldo e saltare il pasto, per mancanza di fondi a disposizione. Alle quattro uscivamo e vicino al teatro acquistavamo con pochi soldi del castagnaccio. Sfortunatamente non bastava a soddisfare il nostro stomaco. Un giorno non avevamo potuto procurarci niente da mangiare e, come tutte le sere, dovevamo apparire sulla ribalta come i ricchi e ben pasciuti gentiluomini che fan corona alla Signora dalla Camelie.

A me toccava cantare una bergerette: “Il est un petit homme / tout habillé de gris.”

Così dicevano i primi versi di quella canzone. Attaccai, ma quando giunsi al… de gris, mi sentii svenire… Pare che l’effetto di un sintomo di svenimento riuscisse teatralmente efficace.

Ma nemmeno per un attimo solo sono stato preso da scoraggiamento o da una vera delusione, mai ho pensato di smetterla, di tornare nel tepore della mia casa, d’intraprendere una carriera meno movimentata e meno ricca di sorprese. Mi sono trovato nel teatro, fin dal primo giorno, come nel mio naturale elemento, mi è sempre parso, fin dal primo istante, che tutta la mia giovinezza fosse stata, dopo tutto, una logica preparazione a quella vita. Ripensai, come ripenso spesso, alle mie prime recite di oratorio, alle prodezze di San Tarcisio ed alle folgoranti vendette dell’Arcangelo Michele su Satana(1), e se ci vedo una predestinazione, scusate, non è proprio colpa mia. Ognuno ha il destino che si merita e questo che avevo liberamente prescelto non m’ha fatto mai rimpiangere una vita diversa.

Vittorio De Sica

1. Vittorio De Sica aveva “debuttato” sul palcoscenico nel teatrino della chiesa di S. Camillo a Roma nelle rappresentazioni dei Sacri Misteri della Passione che organizzava un’associazione cattolica.

Vittorio De Sica, a destra,  in veste di S. Tarcisio
Vittorio De Sica, a destra, in veste di S. Tarcisio

Pochi giorni fa è stata inaugurata all’Ara Pacis di Roma la mostra Tutti De Sica – Dentro e fuori dal set – Le mille vite di Vittorio De Sica. Da non perdere.

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3 pensieri riguardo “Vittorio De Sica ricorda”

  1. Molto bello il blog… per aspetto nuovi post, da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabb, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

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