Federico Fellini: La dolce vita è un viaggio attraverso un’anima

La dolce vita
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La dolce vita ha avuto una pubblicità sbagliata, eccessiva, abnorme. D’accordo: se sto agli incassi, è una pubblicità che va benissimo, sia benedetta. Ma ha contribuito molto a non far capire il film, a indirizzare gli spettatori su una falsa strada, a concretare l’attenzione su quel che è la scorza, l’aspetto più esterno. Per me La dolce vita è un viaggio attraverso un’anima.

Pensa a quando si ha un parente in casa, agonizzante, malato da mesi. Anche se gli sei legato dall’affetto più profondo, il fatto di vivere vicino a una forma inerte, in decomposizione ti angoscia, ti riesce insopportabile. Cosicché quando questa persona se ne va, muore, tu provi un senso di liberazione. Con tutto l’affetto che gli portavi, anche il più viscerale, la vita continua. Sul momento rimarrai stonato ma anche liberato. Ecco: La dolce vita tende a sdrammatizzare tutto, a guardare in faccia i mostri, a uno a uno. E’ questo accostamento virile, coraggioso ai mostri che dovrebbe provocare un senso di liberazione e di serenità. Almeno a me fa questo effetto.

Sono convinto che se la gente riesce a guardare il film nella chiave giusta, non disturbata da tutto quello che è occasionale e giornalistico, riflesso, il film la mette davanti a certe situazioni che sono vere. Non si può dire che non è vero. Che cos’è che non è vero? Non è vero che il rapporto con tuo padre si è prima mitizzato e poi estinto, che tra noi e i nostri genitori c’è un abisso? Chi è che non si trova in questa situazione? Se uno ha il coraggio di confessare che veramente col papà non ci riesce proprio a parlare, e si fanno solamente dei sorrisi così di maschere, che cos’è che non è vero? Non è vero che ad un certo momento i nostri amici intellettuali e noi stessi, quando passiamo una serata insieme, ci sperdiamo in una serie di ragionamenti acrobatici che non vogliono dire proprio più niente e che ti restituiscono solamente un senso di vuoto e di silenzio? Oppure, non è vero che ad un certo momento ognuno di noi ha un rapporto attraente e repellente con una donna bella, straordinaria, che ha belle forme, che va a letto stupendamente, e gli par di sentire che quel sangue caldo forse rappresenta la vita, ma ad un certo momento gli fa schifo perché non può essere un sentimento così possessivo quello che ci fa vivere? Chi è che non ha avuto un’amica così ? Chi è che non è affascinato e respinto nello stesso momento da un rapporto come quello di Marcello con Emma? Non è vero che uno parlando con un aristocratico prova un senso di gelo perché ha davanti veramente un fantasma, assai spesso idiota, ma certe volte così chiuso in un suo silenzio, in una sua stratosferica lontananza che ti sembra di parlare con un fantasma? Se tutto questo non è vero, se questo non è mai successo, allora non mi interessa niente di quello spettatore che nega tutto questo. Vuoi dire che se non gli è successo, è talmente incapace di sentire, che la sua conversione può riguardare lo psicanalista o un profeta, non noi insomma.

Dicono terrificante. Ma perché terrificante? Cosa c’è di terrificante in un racconto così tenero, tenero proprio di un uomo, insomma? Morandini ha scritto che c’è qualcosa di molliccio e di femmineo in me: può anche darsi, però la tenerezza verso la vita è un atteggiamento necessario. La vita non va guardata sempre con piglio asciutto, no, in fondo restiamo sempre bambini per tutta la vita. Quindi mi ha fatto piacere, non mi è sembrato una limitazione quello che ha detto di me Morandini, che c’è qualcosa che non funziona, una certa mollezza, qualche cosa di femmineo. Sì anzi, sono contento che ci possa essere anche questa possibilità di intenerimenti quasi sospetti, quasi languidi. Mi ha colpito Marotta, che molte altre volte fa delle recensioni così esibizionistiche, parla sempre di sé al punto che non capisci mai se il film di cui parla è bello o no. Però questa volta ha detto « stupendo, amarissimo e pur soavissimo ». E m’ha commosso, perché è vero che è anche soave, c’è un’aria dolce, proprio, mi sembra, per questa trasfigurazione continua che il film vuol dare a ogni volto, ogni immagine, ogni situazione, ogni sentimento; per questo tentativo di rendere tutto trasparente. I richiami che qualcuno ha fatto, a Grosz o a Goya addirittura, mi paiono astratti. Se proprio bisogna fare questi paragoni illustri, allora direi Giovenale. Cioè un classico dove anche la satira è sempre trasfigurata dal viso gioioso della vita; da giocoliere, da mago che ama la vita perché la vita non è solamente quella che viviamo con i sensi insomma. Mi sembra sia talmente ovvio questo: la trasparenza che c’è in ogni oggetto, in ogni faccia, in ogni figura, in ogni paesaggio. E’ questo che ho tentato di dire, pur raccontando un film che è tutto un panorama di lutti e di rovine. Su queste rovine, però c’è una luce così fastosa, così festosa e così dorata che la vita è dolce, è dolce lo stesso anche se le macerie crollano, ti ingombrano il cammino. Beh, insomma volevo dire che non è un film terrificante, non è vero.

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Steiner

Non è che possa bene spiegare il personaggio di Steiner perché mi sono rifiutato di spiegarlo a me stesso. E’ che il film posa moltissimo su questo, ci comunica l’orrore che danno certe notizie che non ci spieghiamo. Che spiegazione dai ad un pezzo di luna che si stacca e piomba sulla terra? Niente. Voglio dire, è la irrazionalità che deve comunicarti. Che significa? Perché Steiner si suicida? Nessuno me l’ha detto col tono di domandarmi una informazione. Ho sentito in tutti quanti, tutti quanti, anche nello spettatore più sprovveduto, lo stesso stato angoscioso di quando probabilmente si sarà fatta la stessa domanda leggendo un fatto di cronaca simile sui giornali. Del tipo che fa strage completa della famiglia e poi si ammazza. Ma perché è successa questa cosa? Forse la moglie, forse la casa, ma perché?

Il padre, Emma

L’episodio del padre può sembrare divagatorio o di natura diversa, ma nella chiave segreta, più vera del film non lo è affatto. Secondo me, il film è una serie di proposte alla disponibilità di Marcello, di memorie, ricordi, cordoni ombelicali col passato, o tentativi di aggrapparsi a possibilità future, quindi il rapporto col padre non poteva essere escluso. Allora, anche quello con Emma. Che invece io racconto con insistenza, perché Emma è un animale caldo, che propone a Marcello la vita dei sentimenti, la vita della provincia insomma.

L’orgia del pubblico

Parlando sempre delle intenzioni, non del risultato, anche questo aspetto così proprio di bubbone, di eccessivo, il rischio di sfiorare la stanchezza era mia intenzione, cioè questa aritmia di tempi… L’orgia io l’ho fatta volutamente così lunga, proprio perché non volevo che ci fosse niente che facesse prevedere la fine. Doveva essere una serie di movimenti automatici che si ripetevano in maniera ossessiva, proprio un verminaio confuso, movimenti di forme, proprio di forme, perché ad un certo momento, la noia che cos’è? Non è che la ripetizione di dati movimenti. Quella è gente che s’annoia a un punto tale, che non fanno che sbranarsi l’un con l’altro. Quindi se io avessi dato un ritmo cinematografico e diverso, non c’era più questo senso. L’altra sera quando ad un certo momento hanno incominciato a dire « è uno schifo, basta, vergogna » e Marcello continuava a tirare le piume, era meraviglioso: tutta la scena acquistava una potenza straordinaria. Dicevano è una vergogna, è uno schifo e Marcello continuava a tirar piume. Da regista, io avrei ogni volta fatto mettere un altoparlante in fondo alla sala e a quel punto lì ci sarebbe stato sempre un intervento di tre o quattro voci: perché il film andava avanti come un « iceberg » implacabile e la gente che urlava sembrava quella che stava dentro lo schermo. Era proprio emozionante, veramente emozionante. Veniva da applaudire a me per il risultato.

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Un finale cabalistico

Io avevo pensato di chiudere sul pesce. Però mi sembrava veramente fin troppo smaccata la faccenda e anche abbastanza facile… Girando avevo anche pensato di chiudere sull’orgia, cioè questa specie di passerella finale quando tutti se ne vanno, salutandosi, ringraziandosi e dandosi appuntamento a Capri, a Cortina, scambiandosi i numeri di telefono, felicitazioni, tutti quanti diventando così leggeri insomma. Montavano in macchina poi c’è la pineta; il primo sole, si sentivano i rumori di questi motori che si avviavano, queste teste dondolanti così accarezzate dal sole, sonno, stanchezza, qualcuno riprendeva i discorsi, si accendevano le radio, passava una macchina, una seconda, una terza, restava la pineta, così, come una specie di cattedrale, con questa polvere che ricadeva lenta, questo sole che sbarbagliava attraverso i rami, fra queste facce: finire lì. E sarebbe stato abbastanza giusto anche un finale così. Però siccome sento con profonda convinzione tutto il tentativo trasfigurante che c’è nel film, cioè di dover raccontare una trasparenza, di voler raccontare un segno di presenza attorno ai vivi, così ci voleva una chiusa che assomigliasse ancora a questo: l’apparizione di un faccino finale, misterioso, ambiguo, malizioso che non si sa cosa dice, che parla così, cabalisticamente, con dei segni di cui non si capisce l’interpretazione. Anche se questo è da prestigiatore, anche se questo è da pagliaccio, è da clown, meglio ancora; meglio ancora, cioè, anche se quello è un sogno: è ancora più vero. Quindi veramente un finale così cabalistico, una figurina che sembra la purezza ma però ha anche la faccia di vecchietta che sorride, non si capisce cosa dice ma che sorride. Cioè, io ci sarò sempre: io dubbio, io sogno, io realtà, io certezza, vi seguirò sempre, tu puoi pur tornare con la tua comitiva di uomini-bestie che forse ti son più congeniali e forse proprio attraverso di loro tu riscoprirai me un’altra volta. Con questo discorso così un pochino da stregone, che vi sto facendo, mi rendo conto che rischia di apparire veramente una pagliacciata, un pochino troppo compiaciuta, però con altrettanta sincerità vi dico che ne son proprio convinto.

(estratto dall’intervista a Federico Fellini pubblicata nella rivista Schermi, marzo 1960)

Immagini e… qualche ricordo

Prima in alto, Federico Fellini alla macchina da presa mentre si gira La dolce vita, brochure per le vendite all’estero del film con dedica di Fellini ad Armando Giuffrida, novembre 1990, ai tempi della libreria Metropolis di Roma… che tempi!

Seconda, copertina della pubblicazione dedicata a La dolce vita (tiratura 300 esemplari), disegni di Fabrizio Clerici, dicembre 1959.

Terza, copertina della brochure originale italiana di La dolce vita, distribuzione Cineriz.

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4 pensieri su “Federico Fellini: La dolce vita è un viaggio attraverso un’anima”

  1. Molto interessante, grazie davvero. Fa piacere leggere riflessioni così intelligenti e anche così attuali, di fronte alle obiezioni astiose al suo bellissimo film.

  2. avevo letto un’interpretazione della dolce vita come una via crucis al contrario… molto interessante questo post su uno di quei film…dolcemente ostici.

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