Avvocati e processi di cento anni fa

Milano giugno 1912. Qui a Milano siamo rallegrati da uno sciopero di nuovo genere – lo sciopero degli avvocati. Sarà un titolo di più alla gratitudine dei loro clienti. Mettere in mano ad un avvocato una propria causa, vuol dire, generalmente, inoltrarsi in un così intricato labirinto di controversie, che denaro e tempo vi perdono assolutamente ogni considerazione ed ogni valore. Ora si aggiunge lo sciopero, che fa rimanere i clienti ancora meglio in sospeso. Non si può dire, tuttavia, che gli avvocati milanesi abbiano torto: la giustizia è servita male, molto male in tutta Italia, ma – pare – a Milano peggio che altrove. Insufficienza assoluta di locali, di personale giudicante, di fronte ad un sempre crescente sovraccarico di cause. Dalle Preture alla Corte d’Appello è un continuo rigurgito di pratiche, interminabili, incagliate nell’ammonticchiamento dei rinvii. Le altre, ripetute proteste a Roma rimangono inascoltate. E allora? Sciopero!… L’ultima ratio degli uomini di legge e di toga, disperati d’ogni altra ragione, come se fossero dei dockers di Londra o dell’Havre. E si prepara anche un comizio forense per discutere del «disservizio» – parola di nuovo conio – giudiziario a Milano.

Si potrebbe addirittura discutere del «disservizio» giudiziario in tutta Italia. Poichè se a Milano si dolgono perchè nell’angustia dei locali e nella scarsezza numerica dei magistrati non si può lavorare, nelle città dove i tribunali lavorano si vedono tali segni di disordine, da impressionare quanto e più dell’ingombro paralizzante che si deplora a Milano.

E quasi superfluo parlare del processo della Camorra a Viterbo. I dibattimenti durano da un anno e mezzo!… E le arringhe durano da mesi!… Il famoso avvocato Lioy di Napoli parla da quattro settimane, tanto che tre giorni sono, all’aprirsi dell’udienza, mentre il cancelliere procedeva all’appello degli accusati, uno di questi si è alzato e piangendo ha detto:

«—Signor presidente, noi non ne possiamo più. Già tre di noi sono morti, e tutti siamo ammalati. Se si continua così, corriamo il pericolo di morire tutti. Prego perciò l’avv. Lioy di abreviare la sua arringha. Egli è stato il nostro benefattore, ma noi non possiamo più resistere qua dentro».

L’avv. Lioy non ha voluto sentire di più e alzandosi concitato esclamò:

— Non ci voleva altro! Non mi resta che andarmene.

E gittata la toga su una sedia e postasi una enorme busta gialla sotto il braccio, il bollente difensore ha abbandonata l’aula, noncurante delle esortazioni rivoltegli dal presidente, dagli accusati e dai colleghi.

Ma il clamoroso avvocato ha ripreso il suo posto il giorno dopo, continuando un’arringa… che durerà non si sa dire fino a quando!…

E dire che ieri i corrispondenti da Vienna segnalavano come detentore del record oratorio un deputato che, a scopo di ostruzionismo, aveva parlato ventitrè ore di seguito, in seno ad una commissione!… Gli spettacoli della giustizia italiana battono ben altri records!…
Spectator (L’Illustrazione Italiana)

Annunci

2 pensieri riguardo “Avvocati e processi di cento anni fa”

I commenti sono chiusi.