Theo Angelopoulos nel ricordo


Dal canale YouTube di KYRTAPS

I registi non muoiono. Finchè si vedono i loro film sfidano l’eternità.
Ilario Gradassi (@IlarioGra) ieri su Twitter

Venezia, settembre 1980

La figura di Alessandro Magno si è tramandata in Grecia come un eroe vendicatore dei poveri e degli oppressi: l’incarnazione della speranza.

Il protagonista del racconto cinematografico O Megalèxandros è un Alessandro Magno “capopopolo e brigante”, che riesce a fuggire di galera la notte del 31 dicembre 1899 con un gruppo di uomini a lui fedeli, in groppa ad un cavallo bianco. Dopo aver sequestrato un gruppo di eleganti turisti inglesi in visita al Parthenon, per ottenere dal governo un riscatto e, sopratutto, l’amnistia, scappa con i suoi uomini tra le montagne, seguito dall’esercito. La mèta è il loro paese d’origine, un luogo nascosto tra le montagne, dove si fronteggiano, collegati solo da un ponte sospeso nel vuoto, due identici borghi, uno deserto, l’altro abitato. Mentre gli abitanti festeggiano il ritorno dei briganti, emerge tra la folla il maestro di scuola, il quale, durante la lontananza dei guerrieri, ha sperimentato con i contadini una società comunitaria. Scoppia il conflitto tra Alessandro e il maestro: entrambi sono uomini del popolo, entrambi hanno un nemico comune da combattere, ma Alessandro ha un concetto del potere autoritario, pensa che il paese vada liberato con la forza, senza scendere a patti con nessuno, mentre secondo il maestro la situazione è più complessa: una vittoria può anche voler significare una successiva e definitiva sconfitta per tutti. Il popolo segue Alessandro e la vicenda si conclude con una feroce battaglia: il maestro, Alessandro e i suoi uomini vengono uccisi, il paese viene raso al suolo. Sembra la fine, ma un bimbo di nome Alessandro si rialza fra le macerie, monta sul sempiterno cavallo bianco e si allontana al galoppo. Fin qui, a grandi linee, la storia.

Raccontando le vicende di Alessandro brigante-eroe, del maestro, di una comunità contadina, di due paesi identici e contrapposti, Angelopoulos racconta della sua Grecia, dei miti, degli uomini, del popolo e dei potenti, una metafora di rivoluzioni fallita ed eternamente risorta dalle ceneri.

Come è nata la idea di O Megalèxandros?

Mi è sempre piaciuta la storia dell’eroe greco. Poi c’è la storia vera del rapimento di un gruppo di aristocratici inglesi nei pressi di Atene nel 1870, che ebbe un grande impatto nell’opinione pubblica. Ma sopratutto il momento storico nel quale è ambientato il film: la fine di un secolo, l’inizio di un altro, con tutti i cambiamenti che rappresenta il passo dal XIX° al XX° secolo.

Il mito di Alessandro è nato durante la dominazione turca dalla necessità di sbarazzarsi dall’oppressione, fu allora che nacque la figura di un grande leader, una sorta di semidio che non muore mai, e combatte per la libertà del suo popolo.

L’arrivo, il ritorno in paese di questo leader supremo, mette a dura prova le idee, la proprietà privata, il potere. Nel film non si riesce a sapere bene chi ha liberato Alessandro e i suoi uomini, soprattutto per quali scopi, questo è presente nell’atteggiamento dell’ esercito che sembra aspettare pazientemente la fine del conflitto senza alcun intervento militare da parte loro. In sintesi, mentre all’interno della comunità che ospita i ribelli scoppia la rivoluzione, c’è aria di cospirazione.

Da qualche parte ho letto che nel film si possono trovare riferimenti al caso di Aldo Moro.

E’ vero, c’è qualche riferimento nel film. Ma il caso Moro non è l’unico complotto politico che abbiamo vissuto negli ultimi tempi.

Dove ha girato il film?

In Grecia, in un paese della Macedonia: Dotsikò. Non nego che sarebbe stato più facile ricostruire tutto in studio. Ma ho le mie ragioni. Per la prima volta, ho trovato un ambiente quasi ideale al primo colpo. Avevo bisogno di girare nei luoghi in cui nacque la storia di Alessandro.

Lei è considerato un autore compromesso politicamente.

Non vi è dubbio che ci sono significati ideologici nelle mie storie. Ma in questa occasione, mi interessava molto di più la narrazione dei fatti oltre ogni senso ideologico. Il film propone una sorta di teorema. Il personaggio centrale è quasi un’invenzione, una proiezione del desiderio popolare per la libertà diretta conseguenza dall’oppressione. E’ una favola. E le favole di solito finiscono per creare un mito, che è ciò che accade nel film. Alessandro è vittima della sua vanità, per mantenere il suo potere deve isolarsi, diventando un autocrate, ed è per questo che perisce a mano dei suoi seguaci, ai quali ha quasi reso schiavi il suo assolutismo. Nella scena finale lo divorano in una sorta di cannibalismo rituale, rendendogli così l’immortalità.

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6 pensieri riguardo “Theo Angelopoulos nel ricordo”

    1. L’intervista è mia, ho intervistato Angelopoulos in un paio di occasioni, l’ultima volta a Cannes per Il passo sospeso della cicogna. Ho visto quasi tutti i film dopo il 1980.

      Per la banda a destra vai a Impostazioni e vedrai Protest SOPA/PIPA.

  1. Che bello, davvero è tua? Ma sei ferratissima, cacchio!
    Mi devo documentare… per quella cosa come va?
    Hai visto che le Nevi del Kilimangiaro è un adattamento da Hugo?

    1. E’ mia, è mia, eh… tanti anni fa. Per il progetto vado avanti… settimane molto busy queste…
      Sulle Nevi del Kilimangiaro, vedi che dicevo sulle risorse della “vecchia letteratura”? Non ho visto ancora il film, vado a vederlo e ti racconto.
      Troviamo una storia e facciamo un film! Non serve altro che un po’ di volontà mista a testardaggine, anche in Italia, sopratutto in Italia.
      Grazie per il like, i commenti :-)

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