Un soggetto per il cinema

Ho letto (e ascoltato di persona) molte storie sulla fonte d’ispirazione per scrivere il soggetto di un film. Una delle più divertenti me la raccontò un attore che ha lavorato spesso con Luchino Visconti. E’ morto qualche anno fa, ma non vorrei che si arrabbiassero lo stesso con lui e non citerò il suo nome. Dirò soltanto che Visconti vietò a tutti i collaboratori, attori compresi, di fare il minimo accenno alla “fonte” d’ispirazione per il soggetto di uno dei suoi film in qualsiasi dichiarazione alla stampa, mentre era più che evidente che seguiva passo a passo il plot di un famoso classico della letteratura.

Altre fonti d’ispirazione possono arrivare dallo stesso cinema. Plagiare un film di successo non è facile, plagiare un film dimenticato e farlo diventare nella nuova “versione” un campione d’incassi è più semplice. In tutti e due casi, quando il solito rompiscatole si permette di rinfrescare la memoria degli spettatori la risposta dell’autore-regista-plagiario è sempre questa: “Ma è un omaggio voluto! Ho sempre ammirato l’opera di….” E se la cavano lo stesso.

Bene, fin qui l’introduzione al progetto di scrivere un soggetto, prendendo come base un classico (Visconti insegna). In sede di sceneggiatura possiamo aggiungere tutti gli “omaggi” necessari al caso. Ho preso un libro qualsiasi dalla biblioteca come punto di partenza.

Scritto durante gli anni dell’occupazione tedesca, rappresentato a Parigi nel 1943, Le Mosche è il primo dramma di Jean Paul Sartre. Si tratta, in sostanza, di una versione in chiave esistenzialista dell’Orestiade di Eschilo, che era da molti anni, da molti secoli, caduta nel dominio pubblico. Un soggetto illustre, ripreso più volte dal teatro e dal cinema.

La versione di Sartre è questa: Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, ha circa vent’anni. Accompagnato dal suo precettore, ritorna ad Argo, sua città natale, da cui è stato scacciato (a tre anni) in seguito all’assassinio del padre da parte di Egisto, amante di Clitennestra ed ora con lei regnante sul trono. A causa di ciò gli Dei hanno inviato milioni di mosche a tormentare la popolazione: sono i rimorsi che pesano sui cittadini e che ne tengono a fermo ogni energia vitale; Giove stesso, re degli Dei e dell’Universo, afferma che non bisogna sempre punire, ma qualche volta è meglio servirsi di un turbamento a vantaggio dell’ordine morale. Ecco il punto: Giove, la religione convenzionale, ed Egisto, l’ordine costituito, regnano sugli uomini dopo aver reso impotenti le loro coscienze.

Oreste incontra Elettra, sua sorella, relegata al ruolo di una serva, e questo non ha fatto altro che accentuare in lei il desiderio di vendetta. Elettra vive di questo sentimento ed aspetta da sempre nel ritorno del fratello, esplodendo di tanto in tanto in violente tirate contro quel dio tiranno ed il popolo vigliacco.

Visto il panorama, il giovane Oreste matura nel frattempo la decisione di andarsene: egli si sente completamente estraneo a quella città, a quella situazione e sopratutto non riesce, come egli stesso afferma «ad avere ricordi», cioè non ha e non può avere le ragioni di suo sorella per odiare o ribellarsi. Ma un successivo colloquio con lei, dopo che le ha rivelato la propria identità, muta i propositi di Oreste: decide di restare per conquistare la città che in qualche modo è sua, anche se non gli appartiene, e guadagnarsi il suo posto fra la gente.  Siamo alla presa di coscienza.

Uccisi il patrigno e la madre, Oreste perderà infatti anche l’affetto della sorella, alla quale ha tolto la ragione di vita: quell’odio che nutriva in sé da quindici anni. Elettra, in realtà, non ha mai desiderato di uccidere, lo ha soltanto sognato, si è creata un’idea cui aggrapparsi. Elettra soggiace a Giove e cede al pentimento, mentre Oreste rivendica in pieno la responsabilità delle sue azioni: Giove non può più nulla contro di lui: «Una volta che la libertà è esplosa nell’animo di un uomo, gli Dei non hanno più potere su di lui». Oreste si allontana da Argo portandosi appresso lo sciame delle mosche: «Io voglio essere un re senza terra e senza sudditi».

Dovrebbe essere la fine della storia, possiamo cambiare anche questo. Per esempio: Elettra si pente e corre in cerca del fratello, Oreste si lascia convincere e ritorna in città. In realtà è una trappola di Giove, che ha soltanto finto di arrendersi: i dei non si arrendo mai, sono eterni.

Possiamo trasformare il dramma in una commedia satirica, iniettare la giusta dose di fantapolitica, possiamo… fare un film muto e vincere l’Oscar: Oreste ritorna nella sua citta natale accompagnato da un piccolo cagnolino che ha raccolto per la strada…

5 pensieri riguardo “Un soggetto per il cinema”

  1. Io però ci vedrei meglio un film noir con questo soggetto… tipo “Tetro”, quel genere familiare tragico appunto! Per una commedia credo che sarebbe meglio adattare una commedia appunto… tipo di quelle del periodo mediano, quelle un po’ sociali, non mi ricordo come si chiama… si chiama Menandro, quello è perfetto! Sono drammi sociali più che commedie vere e proprie, una via di mezzo… L’Orestea è proprio roba con un sentimento antichissimo appunto, quasi contemporanea all’Iliade credo: il passaggio tra matriarcato e patriarcato, da vendetta personale a legislazione… passaggi molto dolorosi, li ha trattati Pasolini in Pilade però ha dovuto cambiare un bel po’ di cose… :D

  2. La chiave Almodovar sarebbe davvero interessante. Comunque di questa cosa dei soggetti ne ho già parlato nell’articolo su Sorrentino, e già mi hanno sbranata, quindi per ora non credo ne parlerò sul blog però se comunque mi vuoi mandare gli sviluppi di questa cosa, sono contentissima e se vuoi ti posso pure dare una mano. E magari a cosa fatta la pubblichiamo in coordinata!
    Magari cerchiamo di scambiarci le mail ancora non so come,
    Un saluto Ale

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