Fréhel cicala di Parigi

Marguerite Boulc’h, alias Fréhel, giunse a Parigi nel 1906 (secondo altre fonti vi era nata il 13 luglio 1891). La sua famiglia veniva dall’estremo lembo occidentale del paese, dalla Bretagna, terra di mare e di vento, terra anche di gente tutta di un pezzo. Aveva allora 16 anni, era bionda e sottile, con occhi chiari, una voce bizzarra e la smania di arrivare che le mangiava il cuore. Non si arriva, però, al successo a Parigi, tutto di un colpo, a meno che la fortuna non abbia proprio deciso il contrario e approntato i mezzi per l’occorrenza. Il mezzo per la debuttante Fréhel, che ancora non si chiamava così, fu un uomo, un curioso personaggio mezzo artista e mezzo spostato, figlio di un pastore protestante del Limousin. Questo signore aveva una virtù, quella di appartenere alla razza di coloro che sanno fare una cosa sola nella vita: valorizzare gli altri.

Roberty (Robert Hollard), così si faceva chiamare, intuì subito le possibilità della ragazza e le insegnò in poco tempo quello che solo vent’anni di esperienza di palcoscenico le avrebbero insegnato. Le dette, inoltre, un nome d’arte, Pervenche (Pervinca), la sposò e la lanciò. I suoi calcoli, la sua intuizione si rivelarono esatti. L’apparizione sulle scene di quella piccola donna così diversa dalla altre produsse l’effetto di una bomba, e Parigi se ne innamorò.

Nel 1913, poi, alla vigilia della prima guerra mondiale scomparve dalle cronache. Fréhel si era innamorata di Maurice Chevalier, allora debuttante.  Col suo temperamento eccessivo, quando l’amante cominciò a trascurarla per interessarsi a Mistinguett reagì con estrema violenza. Un giorno cercò di accoltellarlo. Ci fu lotta. Chevalier si difese, cercò di disarmarla e vi riuscì giusto al momento in cui lei cercava di suicidarsi. Sotto la sua mano, l’arma, puntata al cuore, deviò e le incise il braccio.

Riapparve a Parigi solo nel 1924, ma non era più la esile ninfa di un tempo. Della Fréhel di una volta rimanevano tre cose: gli occhi azzurri, la voce struggente, e la stessa volontà di ferro alla conquista del successo. Parigi tornò a imporla una seconda volta, questa volta col nome di Fréhel. Le sue canzoni in questo periodo dicevano di amori, ansie, delusioni, speranze della gente senza storia, degli esseri dei quartieri popolari di Parigi. Nel 1931 persino il cinema chiama alla sua porta.

Questo secondo atto nella esistenza di Fréhel non fu inferiore al primo. Il terzo invece fu tutto il contrario. La cicala della favola, come tante, molte regine di Parigi, non aveva pensato all’inverno, non aveva messo nulla da parte, trascurando persino di iscriversi alla società di soccorso degli artisti, e si ritrovò sola, ricca soltanto di ricordi.

I suoi antichi compagni d’arte tentarono di venirle in aiuto. Organizzarono serate di gala per soccorrerla. Tutto inutile, Fréhel morì di amarezza più che di miseria. I suoi funerali furono splendidi, degni del suo passato. Tutti gli artisti di Parigi, o quasi, si trovavano dietro il feretro. Il pubblico, il suo pubblico si commuoveva ancora una volta.

Mi raccomando altre canzoni di Fréhel che potete sentire in YouTube, per esempio questa: La java bleue… 

Annunci