Michelangelo Antonioni: il colore non viene dall’america

Firenze, dicembre 1947. Dai bollettini pubblicitari delle grandi Case produttrici americane si apprende come ognuna di esse si appresti a lanciare sul mercato italiano un nutrito gruppo di pellicole in technicolor. Il problema colore-bianco e nero è ancora vivo e gli appassionati del cinema sempre divisi in due schiere. Ci è piaciuto invitare alcuni nostri collaboratori a scrivere sull’argomento. Iniziarne con un articolo di Michelangelo Antonioni.

È molto semplice fare i profeti sapendo che nessuno si prenderà il disturbo di controllare le nostre profezie. Tuttavia le profezie hanno sempre un interesse, se non altro perché ognuna di esse presuppone una riflessione. E noi europei non rifletteremo mai abbastanza sugli errori del cinema americano, proprio oggi che questo tenta di soppiantare la nostra industria e di industrializzare la nostra fantasia. Intendiamoci, dall’America vengono pure prodotti rispettabilissimi: per esempio, recenti, Double indemnity e The lost week-end che, a parte l’educazione europea di Billy Wilder, rimangono frutti tipici di Hollywood. Frutti d’uno stesso albero, d’uno stesso sapore, d’uno stesso colore. Sì, d’uno stesso colore. Se fossero film a colori non sarebbero dissimili da For whom the bell tolls, pregevole ma coloristicamente ovvio.

Abbiamo sott’occhio lunghi elenchi di film a colori che Hollywood lancerà quest’anno sui nostri schermi; abbiamo sott’occhio anche articoli che lasciano al bianco e nero appena qualche anno di vita; eppure ci sentiamo di poter affermare che il colore, quello che relegherà il bianco e nero nell’angolo di cantina o di museo dove già è il muto, non verrà dall’America. L’America è quella che è. Ruppe il contratto con Renoir perché aveva osato raggruppare alcune inquadrature in una sola, estemporaneamente, modificando la sceneggiatura in teatro di posa.

Immaginate ora di recarvi dal signor Samuel Goldwyn e di fargli un discorso di questo tenore: Signor Goldwyn, io penso che Greta Garbo abbia la voce viola e Barbara Stanwyck verde. Penso che Ingrid Bergman sia una ragazza azzurro-rosa e Lana Turner marrone, e che a Gene Tierney si addicano climi giallo-verdi. Penso che la tonalità di un Pylon (ammesso che di Pylon lei voglia farne un film) sia quella delle tricromie pubblicitarie delle riviste illustrate, dove come nota Cecchi, il rosso e il turchino delle cravatte, la cioccolata e la panna del budino, il giallone delle arance sull’etichetta del barattolo di sciroppo, son d’una tal succulenza visiva che anticipano la gioia del possesso materiale, e forse la oltrepassano; e la tonalità di L’Age de Raison (sempre ammesso che, ecc.) sia smorta e sporca come quella dei quadri di Rosai. Penso che in quella tale scena di quel tale suo film, impostata sul sentimento della gelosia, manchi del giallo intorno alla figura dell’adultera; dico giallo perché « quella speciale gelosia » mi ha suggerito lì per lì tale colore. Un’impressione. Durano tanto poco le impressioni. Anche i colori durano poco, signor Goldwyn. Per uno stesso soggetto, non esistono colori fissi. Un papavero può esser grigio, una foglia nera. E i verdi non sono sempre erba, i blu non sono sempre cielo ( Matisse). Chi le dice, poi, che il vermiglione chiaro corrisponda al colore della carnagione e che in un panno bianco le ombre siano grige ? Provi a mettere accanto ad un panno bianco un cavolo oppure un cespo di rose e mi dica se è ancora convinto che le ombre del panno siano grigie (Gauguin). Se lei pensa che non dipende che da me, regista, mettere cavoli sotto il naso di Veronica Lake e carciofi tra i capelli di Alan Ladd, si fa subito un’idea della libertà che mi è data nel disporre colori sulla faccia dei miei attori. Del verde, per esempio, sulle gote di Fred Mac Murray quando medita il delitto in ‘Double indemnity (posto che questo fosse a colori). E basterebbe che Fred si spostasse d’un metro, sentendosi scorto da qualcuno nei suoi delittuosi pensieri, e cercasse di nascondersi da un senso di vergogna e di paura : ed ecco il verde scomparire e al suo posto stendersi quel vermiglione di cui parla Gauguin, se non proprio sulla faccia, questa volta, sul muro, alle spalle di Fred. Un arazzo? Una tenda? Dei riflessi rossi con una nota viola che faccia ricadere il tono unico verso un rosso corrotto, subdolo ? Nessuna importanza. L’essenziale è che il colore ci sia. Sì, lo so: esistono anche i mantelli rossi di Becky Sharp, ma sono sempre quelli, solamente quelli; c’è da pensare che sia stato un caso. Insomma, signor Goldwyn, orizzonti molto vasti si aprono ad un regista che abbia inteso questo semplice fatto: che la legge del bello non è nella verità della natura. Io sono tra questi, ho le idee chiare, sono in altre parole un regista colorista. Mi fa dirigere un film?

Credo che il signor Goldwyn molto tranquillamente suonerebbe un campanello e vi metterebbe alla porta.

No, il colore non verrà dall’America. Verranno forse di là sorprendenti ritrovati e abilissimi tecnici. Ma toccherà ancora una volta a questa vecchia Europa di impostare un’estetica cinematografica del colore. Ed è bene rendersi conto fin d’ora che ciò va fatto, più che sul piano teoretico, su quello pratico, vale a dire coi film. Si sa che le poetiche hanno importanza a posteriori.

Intanto il primo segno della fondatezza della nostra profezia (non peregrina), è appunto un film europeo, l’Henry V di Olivier. Pur non privo di pecche, esso indica già quale potrà essere il cinema negli anni futuri.

Michelangiolo Antonioni

Da oggi, 10 dicembre 2011, potete vedere a Ferrara la Mostra The Eyes of Michelangelo Antonioni . Non mancate.

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