Pietro Germi cronista in Sicilia

Palermo, febbraio 1962. La giovane Giovanna Burresci, la sartina di Mezzojuso imputata dell’omicidio del ragazzo che era stato per un paio di anni « il suo » ragazzo, mi interessa limitatamente sul piano umano, e mi appare come l’inconsapevole congegno di ben più complesso ingranaggio.

I giudici che dovranno emettere la sentenza, a conclusione del processo, di cui si è svolta oggi una udienza, ascolteranno la voce della loro coscienza ed applicheranno il dispositivo degli articoli del Codice Penale.

È sul piano del costume invece che il caso può suscitare un certo interesse, in quanto rientra nell’ambito di quel pregiudizio oscurantista che l’opinione  pubblica moderna respinge, e che una parte della stampa italiana  e del cinema critica. Divorzio all’italiana che ho diretto, e per la cui anteprima mi trovo oggi a Palermo, è in ordine di tempo l’ultima  presa di posizione dell’opinione pubblica contro quelle frange della vita e del costume italiano nelle quali il mito dell’onore determina inevitabilmente i delitti  d’onore ed il clima di compiacimento che ad essi si accompagna.

Se non fosse più che esauriente l’abbondante casistica che purtroppo la cronaca continua giorno per giorno ad offrire, il processo che si celebra dinanzi la seconda sezione della Corte di Assise di Palermo confermerebbe in forma eloquente la esistenza di questo clima di compiacimento, di solidarietà di certi ceti sociali verso i protagonisti del delitto d’onore.

Protagonisti che, come nel caso della donna e dei suoi coimputati nel processo attuale, sono in realtà essi stessi le vittime di un costume, di tradizioni inaccettabili: vittime quasi sullo stesso piano delle altre vittime cadute sotto i colpi vendicatori dell’onore.

Ho osservato un quadro desolante: accanto all’imputata numero uno per l’uccisione del giovane Francesco Nuccio (cadde colpito da una scarica di lupara in uno scosceso sentiero di Mezzojuso) accanto alla « sedotta » Giovanna Burresci, fredda, lontana da quanto si stava svolgendo nell’aula, sedevano suo cognato Salvatore — indiziato come correo nell’omicidio — e cinque o sei uomini di ogni età, imputati di falsa testimonianza. Sono, o piuttosto furono, amici del ragazzo ucciso. Furono quelli che ne sollevarono il corpo sanguinante, lo trasportarono all’ambulatorio, ed erano inginocchiati accanto al moribondo mentre il maresciallo dei carabinieri chiedeva: « Chi è stato, a sparare? ».

— È stata Giovanna — rispose allora il ragazzo in un soffio.

« E insieme a lei chi c’era? » — incalzò il maresciallo — Chi c’era?

— Turiddu — ebbe ancora la forza di rispondere il giovane prima di spirare. Il maresciallo allora chiese a voce alta, a quelli inginocchiati accanto a lui: « Chi è Turiddu? ». Ricevette una, due, tre risposte: « È Turiddu Burresci… il cognato… la guardia campestre, il musicante ». Non v’è dubbio che almeno quattro di quei sei udirono, parlarono, risposero alla domanda del sotto ufficiale dei carabinieri, pure pochi giorni più tardi, e poi ancora in istruttoria, negarono di aver udito, di aver risposto, dissero che non ricordavano.

È così che si estrinseca quella solidarietà con i protagonisti del fatto d’onore, anche se nel caso specifico di tale reticenza è diretta a coprire non la sedotta-assassina (che confessò apertamente il suo crimine) e nemmeno il padre o un fratello della ragazza, ma il cognato, cioè un parente acquisito, un affine che se ha ucciso lo ha fatto non per difendere il suo onore ma per sottoscrivere la sua piena adesione al mito paesano dell’onore, per difendere il suo prestigio. Perché fu lui ad interessarsi per portare a buon fine il fidanzamento fra la sartina e il giovane poi ucciso, e fu lui che ricevette un secco rifiuto. Ecco come, all’ombra del delitto d’onore, tentando di speculare sulle norme particolari che il nostro Codice prevede per tali reati, si sarebbe articolata la violenta difesa di un malinteso prestigio.

Nè meno di come, nella fantastica e un po’ paradossale vicenda di Divorzio all’italiana, l’articolo 587 del Codice Penale che commina pene eccessivamente benigne a chi uccide la propria moglie, figlia o sorella per difendere il proprio onore serva al protagonista soltanto per eliminare la moglie di cui è stanco e sposare poi la cuginetta di cui è invaghito. E a pensarci bene, assistendo ai processi come quello cui ho assistito, ci si convince che in fondo la vicenda di Divorzio all’italiana è paradossale, sì, ma non troppo…

Pietro Germi

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Arte e dolore

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Roma, 26 aprile 1945. Le guerre, le rivoluzioni e il dolore non sono utili ai fini della creazione artistica.

Ho spesso esaminato con curiosità le vite di poeti e scrittori che mi sono particolarmente cari. Di Keats e di Leopardi, malati e pieni di dolori, che tuttavia nei primi anni di gioventù raccolgono la tradizione poetica del loro paese e la rinnovano profondamente. Di Tolstoi che si ritira in campagna e compone in pace il suo grande libro sulla guerra. Di Rimbaud che nel giro di una sola stagione felice lascia uno dei maggiori libri di versi della Francia moderna. Di Flaubert che scrive i suoi romanzi nella tranquillità della sua casa di Rouen. Di Manzoni, dell’Ariosto, del Boccaccio, di Dante e di quanti insomma costituiscono con i loro libri il fondo più sicuro delle mie letture. E ho constatato che sono vissuti tra difficoltà spesso molto gravi ma non irreparabili, in tempi agitati, ma non ferini. E che comunque queste difficoltà e questi tempi con tutta la loro gravità gli hanno permesso di non considerare l’arte come qualcosa di casuale, di improbabile, di perituro. Come qualcosa invece che aveva un suo valore, una sua vitalità indipendenti e indiscutibili.

Oggi gli artisti si trovano invece precisamente in mezzo a difficoltà che sembrano irreparabili, sia private che pubbliche, e sono costretti a vivere in tempi peggio che ferini. L’arte stessa appare piuttosto un miraggio che una meta sicura. Le tradizioni sono interrotte o in pericolo. La mancanza di stabilità e di sicurezza ha raggiunto poi un grado fantastico: è più sicura è più stabile la condizione delle belve in fondo alla foresta. In simili contingenze si chiede agli artisti, agli scrittori sopratutto, di partecipare e al tempo stesso di fare opera di poesia.

Noi pensiamo che gli scrittori partecipano vivamente e già da un pezzo ai fatti presenti. Ne è la prova la scarsità delle opere, la loro superficialità, la loro frettolosità giornalistica. Gli è che questa partecipazione è tanto profonda che impedisce addirittura di lavorare. Tanto impegnativa che persuade a cambiar mestiere.

Avviene agli artisti come ad ogni altra creatura vivente. Più su o più  giù di tanti gradi la vita muore e non ci sono che speciali e insignificanti organismi che possano resistere, come al polo o nei deserti africani. Ora queste temperature che ammazzano o per lo meno sospendono le forme più complesse di vita sono proprio quelle delle guerre e delle rivoluzioni.

Con questo si vuol forse dire che le guerre e le rivoluzioni non debbono farsi? Al contrario; esse vanno fatte ogni volta che lo si ritenga necessario. Ma si aspetti per vederne gli effetti nel campo dell’arte che almeno i morti siano seppelliti e le rovine ricoperte dall’erba.

Alberto Moravia
(La Città Libera, 26 aprile 1945, estratto dall’articolo “Arte e dolore”) 

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Divismo

Il cinema ha ereditato il divismo dal teatro e particolarmente dall’opera lirica.

Le cronache musicali sono piene di aneddoti sulle forme più strane di feticismo e di idolatrie provocate da famosi cantanti e da celebri ballerine. L’omaggio più comune che le folle usavano tributare ai divi canori di quel tempo era quello di staccare i cavalli dalla loro carrozza e di trascinarla a braccia. Le fiaccolate sotto le finestre della diva o del divo erano anche uno spettacolo frequente. Ed anche frequenti le risse e le liti furibonde fra i partigiani di due divi rivali. Memorabili furono i diverbi, gli alterchi, le baruffe che si verificarono intorno al 1830 fra i tifosi della celebre Maria Taglioni e gli ammiratori dell’altrettanto celebre rivale Fanny Elssler.

Ma il tifo, unico terreno di coltura sul quale può radicare il microbo del divismo, è vecchio quanto il mondo ed è quasi sempre indizio di una decadenza del costume sociale.

Allo stesso tempo, il divismo provoca nel divinizzato curiose forme di psicopatia al punto che alcuni — fortunatamente non tutti — attrici, attori, registi, calciatori, ciclisti, pugili, ecc, divinizzati dalla folla finiscono per credere nel suo “essere eccezionale” ed allora la loro coscienza di sfascia, essi incominciano a gonfiarsi come palloni, e si gonfiano, e si gonfiano, e si gonfiano… finché dura il favore popolare. Un bel giorno, poi, l’idolatria dei tifosi si sposta verso un nuovo divo ed essi miseramente si sgonfiano, ma sono rovinati per sempre, poiché ben pochi si rassegnano a scendere dal piedistallo ed a ridiventare uomini e donne qualunque.

Sic transit gloria mundi!

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Pasolini io lo conoscevo bene

Cristo, Pier Paolo, ti hanno ammazzato, hai visto? In fondo ero preparato… ero preparato… però quando poi succede…

Dal ’59 al ’66. Sette anni per dieci e anche venti ore al giorno: sopralluoghi, discussioni, riprese, doppiaggi, festival, cene, pranzi… beh, lo sai che a ogni fine di giornata mi dicevo: € « Mah, chissà se domani mattina questo qui torna o si fa spaccare la testa da qualche parte »? Ti ricordi che rottura venirti dietro la notte con Boschi, i Citti, quando dovevi cominciare a lavorare alle cinque di mattina. E dire che lavoravi, perché tu lavoravi sul serio: un motorino sempre ai massimo di giri. Come ce la facevi non si capisce ! Io, che eri morto, l’ho saputo nel primo pomeriggio di domenica, in macchina, sull’autostrada per Milano. Accendo per sentire il giornale radio: prendo una frase a metà: …ammazzato lo scrittore Pier Paolo Pasolini… Sembrava uno scherzo, sai, magari di una di quelle trasmissioni che sfottono… Ho aspettato mezz’ora. Ho cambiato canale per sentire il notiziario dall’altra parte: era proprio vero. Mi sono fermato. Sono uscito a un casello prima di Bologna. Ho pensato: « Torno indietro ». Ho pagato, ho fatto il giro e sono rientrato. Mi sono fermato a fare il pieno. Ma che vado a fare ormai ? Ma che vado a dire ? Mi metto in posa vicino alla madre e dichiaro che io ho perso un amico, ma la cultura italiana ha perso un valore insostituibile, o roba del genere. Sai cosa ve ne fate, tu e tua madre, di una frase come questa in più ! No, non ci vado. Mando subito un telegramma alla madre e alla cugina.

Dico dove mi possono trovare, se posso essere utile a qualche cosa. Tanto loro mi conoscono e lo sanno che non lo dico così tanto per dire.

Faccio il giro e rientro sulla corsia per Milano.

Mi viene in mente tutto. Certo che è un bel fenomeno: uno crede di essersi dimenticato qualcosa in tanti anni, e invece no, ci si ricorda tutto e tutto insieme, tutto infilato per bene nel tempo e tutto contemporaneamente.

Certo che ne abbiamo fatte di cose. A raccontarle poi sembra che uno debba aver vissuto duecento anni, per farcele stare tutte.

Eppure mi sono ripassate in mente in pochi minuti. Poi a Milano ho cominciato a comprare i giornali e i settimanali man mano che uscivano. Mi ha dato un po’ fastidio come tutto era impreciso, ammonticchiato, o • interpretato a cavolo o peggio strumentalizzato per tutti gli usi. Non che ora questo sia importante, però mi davano fastidio anche le piccole cose.

Per esempio, l’amico Kezich dice: « Mi ricordo che nel 1960 ho visto il provino per Accattone, insieme a Fellini e a Fracassi per la Rizzoli. Io, per fortuna, non sono stato esplicitamente negativo, però certo…», e lo ricorda onestamente, €« quelle immagini così traballanti, quel raccontare così incerto, non incoraggiavano davvero a dare un parere positivo ». Punto. Poi però, siccome il film è stato fatto, sembra che questi signori siano stati loro a fartelo fare. Eh, no ! Doveva continuare a dire: «…. E così fu deciso » (pensa poi se Fracassi, quel cacadubbi di Fracassi poteva mai prendersi la responsabilità di dire di fare qualcosa !), « fu deciso di non fare il film; si stracciarono i contratti e Pasolini fu mandato via ».

Tu eri proprio disperato. E sai chi è stato a dirmelo ? Bolognini ! Non mi pare di avertelo mai detto. • Guarda che Pasolini sta andando su e giù per la salita di San Sebastianello, è disperato, secondo me si butta dalle scale ».

Non ci eravamo più visti dalla sceneggiatura del Bell’Antonio. Ti ho chiamato e abbiamo visionato insieme il materiale che avevi girato. Era proprio brutto, diciamo la verità. Una cosa scombinata, girata da un dilettante domenicale. Però si capiva che tu avevi qualcosa da dire, e che volevi dirla sinceramente.

Non sapevi usare la macchina da presa come avresti voluto, ma avresti imparato presto. Bastava metterti vicino le persone giuste, avere un po’ di pazienza, lasciarti fare le cose buone e impedirti di fare quelle inutili. Ti ricordi la carrellata su Accattone dietro alla moglie che non voleva parlare. ‘Sta carrellata che tu volevi fare di 120 metri: non si sapeva come fare e poi abbiamo risolto sgonfiando le ruote a quel cassone americano, piano piano; c’è voluta pazienza, ma tutto è andato bene.
E i tuoi scoramenti dopo la visione dei primi montaggi ? Sempre lunghi come quaresime ! Il primo montaggio di Accattone, il primo montaggio di Mamma Roma, il primo del Vangelo. Eri sempre drammatico. Nottate di dubbi. Cosa rifacciamo, cosa tagliamo, cosa ridoppiamo. E poi in pochi giorni, andava tutto a posto. C’è voluta fatica e pazienza, ma i film venivano fuori.

Ora mi diverto molto a fare film. Tutta roba stereotipata, inscatolata, deodorata: insomma, pretenziosi cadaverini presuntuosamente incartati in coraggiosissimi conformismi. Morti, insomma. Morti provinciali. Morti molto di più e molto prima di te.

(…)

Ma ormai tu sei morto e tutto questo per te ha le stesse proporzioni di un pulviscolo nell’universo.

Mi ha fatto impressione che tu sia morto così, al buio. Il buio di Accattone, ricordi ? Che quando sogna di essere morto chiede luce, un po’ di luce. Tu avevi paura del buio e nello stesso tempo non ne potevi fare a meno. Come per i rumori. Era un’ossessione: coperte alle finestre, striscette di carta per togliere ogni spiraglio di luce, e poi questi tappi… Dove li avevi trovati quei tappi ermetici, proprio a tenuta stagna ! Ti ricordi a Kartum alla Croce del Sud, mi pare. « Partiamo domani alle quattro, appena fa luce ». « Sì, sì, chiamami », mi dici. « Non mettere i tappi ! ». « No, no, a domani ». All’alba vengo su, comincio a bussare alla porta, niente. Pugni, calci, urlacci che mi ero anche rotto le scatole. Oh, sono usciti tutti in mutande: beduini, negri, bianchi, gialli: tutti in corridoio. Pensavano che io volessi scassinare la porta per ammazzarti. Per poco, mi arrestano.

Per te ogni notte era come se morissi: buio assoluto, silenzio assoluto, inumano.

Alfredo Bini

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Ladri di biciclette salvato dalle fiamme

Si gira Ladri di biclette

Si gira “Ladri di biciclette”

A Roma, un bel giorno d’aprile del 1948…

Ladri di biciclette è il titolo del nuovo film prodotto e diretto da Vittorio De Sica, la cui lavorazione è stata iniziata negli stabilimenti della SAFA in Via Mondovì. Il soggetto è stato tratto da Cesare Zavattini da un racconto di Luigi Bartolini e sceneggiato da Biancoli, Suso d’Amico, De Sica, Franci, Guerrieri e Zavattini.

Numerose scene vengono girate da Vittorio De Sica in diverse località di Roma, fra le quali Commissariati di Polizia, ecc. Le ricostruzioni, opera del pittore Traverso, sono state allestite alla SAFA. La lavorazione, organizzata dal direttore di produzione Umberto Scarpelli, si protrarrà ancora per qualche settimana.

Agosto 1948. Ladri di biciclette è il primo film che Vittorio De Sica produce e dirige, sta suscitando il più grande interesse presso l’ambiente cinematografico italiano e straniero. Questo film, che è una storia drammatica e amara dei nostri giorni, si svolge a Roma, in ambienti veri con attori veri, poiché Vittorio De Sica non ha impiegato nessun attore professionista, ma ha cercato i suoi protagonisti nella vita reale: l’operaio della Breda di Torre Gaia, Lamberto Maggiorani, Lianella Carrell, una giovane giornalista che, recatasi allo Stabilimento per intervistare De Sica per conto di un’agenzia straniera, fu invitata a fare un provino in cui rivelò subito le sue istintive doti di recitazione, e da Enzo Stajola, otto anni, che impersona il loro figliolo.

Le scene del film, i cui interni vengono ripresi alla SAFA, sono state girate in gran parte in varie località romane in esterni, sulla Via Flaminia, nel quartiere Mazzini, a Porta Portese ecc. Ultimamente  De Sica ha girato per molti giorni a Piazza Vittorio.

Settembre 1948. Ladri di biciclette è al montaggio. Sono terminate le lunghe estenuanti riprese di questo film che, girato quasi tutto in esterni e nelle zone più popolari di Roma, ha richiesto a coloro che collaboravano con il regista non indifferenti qualità organizzative ed al regista stesso una enorme, paziente dose di lavoro dovuto anche al fatto che, ad impersonare i ruoli principali sono stati scelti elementi tratti dalla vita reale e non attori professionisti.

In un giorno e mezzo, dal sabato pomeriggio alla sera della domenica, prendendo spunto da un banalissimo fatto di cronaca, la vicenda sale, per la semplicità stessa dei protagonisti che la animano fino a raggiungere le alte vette della drammaticità e della tensione per poi dolcemente tornare a placarsi nell’amore e nella comprensione.

È un racconto fatto di sfumature operanti sull’animo di gente modesta che non ha che l’unico scopo di lavorare, un racconto fatto di avvenimenti di tutti i giorni, di realtà, narrato senza indulgere in luoghi comuni o in voli lirici. Ed il motore di questo racconto è la sua semplicità che non ha mai un tono sforzato o comunque voluto, ma sgorga spontanea, limpida, fresca dallo spirito stesso  della vicenda.

Vittorio De Sica parla di questo film come di un figlio, con tenerezza, con amore e, come tutti i padri, con orgoglio, e lo segue, lo cura, lo protegge.

Video: L’incendio della SAFA, La Settimana Incom, 8 ottobre 1948.

Un pauroso incendio ha semidistrutto a Roma lo stabilimento della SAFA appena rimesso a posto dopo un precedente incendio di minore entità. Circa 100 milioni di danni. Nel reparto montaggio erano in lavorazione Ladri di biciclette di De Sica e L’uomo dal guanto grigio di Mastrocinque. Sono stati salvati a stento. È la seconda volta che Ladri di biciclette viene salvato dalle fiamme.

Ottobre 1948. Nell’ultimo numero dicemmo che Ladri di biciclette era al montaggio e avevamo ragione. Soltanto che il regista rivedendo la sequenza finale e non trovandola perfettamente riuscita decise di girarla ancora. E così per quattro domeniche consecutive la troupe ha continuato a riunirsi davanti allo Stadio Nazionale al momento dell’uscita del pubblico e tante sono state le domeniche quante le scene che De Sica giudicava non buone.

Ora le riprese sono davvero terminate e procede il lavoro di montaggio e di doppiaggio.

Una domanda: De Sica “decise” di girare la sequenza finale prima, o dopo l’incendio? Voglio dire: siamo sicuri che tutto, proprio tutti i materiali di Ladri di biciclette furono salvati dalle fiamme?

Quello che, purtroppo, è sicuro e che lo stabilimento della SAFA a Via Mondovì 33, chiuse definitivamente.

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