Il bandito, di Alberto Lattuada, ovvero il ritorno del reduce

Copertina della brochure del film

Copertina della brochure del film

Secondo appuntamento con il cinema di Alberto Lattuada, domani 2 agosto, ore 8.55 su RaiMovie.

Il reduce, è un soggetto originale di Alberto Lattuada, che Carlo Ponti, produttore esecutivo di La freccia nel fianco, gli aveva rifiutato:

« De Laurentiis era a Milano con la polmonite, in ospedale. Gli ho telefonato e la suora l’ha chiamato. Mi ha detto: “Guarda che lo faccio io Il reduce. Lascia stare gli altri.” “Ma sei malato, parliamone, vengo a trovarti.” “Sì, sì, sono malato, ma non preoccuparti, io produco il film, lo produco io, stai tranquillo” ».
Alberto Lattuada
(L’avventurosa storia del cinema italiano, Feltrinelli 1979)

« La storia di Il bandito (avevo cambiato il titolo) mi piacque subito molto perché rispondeva al mio modo di vedere il cinema all’epoca: un’Italia sconfitta, che usciva dall’occupazione tedesca e americana, dava modo di trovare delle storie umane che, come si dimostrò, potevano interessare in tutto il mondo ».
Dino De Laurentiis
(Dino – De Laurentiis, la vita e i film, Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Feltrinelli 2001)

Si girerà a Torino…

Torino, 31 marzo 1946. Ferve il lavoro di preparazione per il film Il bandito che si girerà a Torino il mese prossimo e che avrà a protagonisti Amedeo Nazzari, Anna Magnani, Carlo Campanini, Carla Del Poggio. Nei giorni scorsi, il produttore Dino De Laurentiis e il regista Alberto Lattuada hanno attentamente esaminato, in fotografia e di persona, oltre quattrocento bambine tra i sette e i dieci anni onde scegliere quella che dovrà apparire, nel ruolo della figlioletta di Campanini, come una delle interpreti principali di questa produzione Lux-De Laurentiis. L’esame a la selezione hanno avuto buon esito e l’attenzione di Alberto Lattuada si è accentuata su cinque bambine che saranno ora sottoposte ad ulteriori provini avanti di procedere alla scelta definitiva. Il film Il bandito, essendo i teatri della Fert tutti e tre impegnati dalla Dora Film che vi realizzerà I cinque giorni di Re Murat, si girerà forse nei locali dell’ex-Arsenale, opportunamente adattati a teatri di posa.

Dino…

« Dino de Laurentiis venne a Milano e mi fece firmare un contratto per una pellicola che si sarebbe girata interamente a Torino. Ci accordammo sulla data di inizio, mi diede 25.000 lire a titolo di anticipo e ci salutammo. Ma alla data d’inizio pattuita io mi trovavo ancora a Milano, impegnato con le ultimissime riprese del film di Vergano (Il sole sorge ancora n.d.c.). Abitavo in una pensione di via Pontaccio. Una sera, saranno state le due dopo mezzanotte, si presentarono un ufficiale dei carabinieri e un appuntato armato di mitra. Il padrone della pensione venne a svegliarmi e mi consegnò nelle loro mani. I due, imponendomi di non rivolgere neppure una domanda, mi fecero indossare soltanto il cappotto sul pigiama che avevo indosso e mi caricarono su di una 1100 Fiat militare. L’ufficiale guidava e l’appuntato, sempre col suo mitra in braccio, mi teneva d’occhio. Per quanto angosciato, dopo un’ora di viaggio finii con l’addormentarmi. Mi svegliai a Torino, Giunti all’albergo Sitea, mi fecero scendere. L’ufficiale chiamò qualcuno al telefono della réception e, rivolto a me, mi disse: « Ora te lo passo ». Mi pareva di sognare. Presi il ricevitore, e sentii: « Sei arrivato, Tontarello? Adesso vatti a riposare, caro. Ci vediamo domattina con Lattuada ». Era Dino De Laurentiis. Per quanto mezzo pesto per la scomodità del viaggio, la cosa mi divertì talmente e mi fece entrare di colpo De Laurentiis in tale simpatia, che non potei serbargli il minimo rancore per quel “rapimento” ».
Aldo Tonti
(Odore di cinema, Vallecchi Editore 1964)

Torino, aprile 1946. Allegoria di nuvole rosa nell’alba di aprile. Fosforescenza, emotività, ansia di vita. Attimi di gioia colti sui rami dei peschi. Sono le 8 del mattino. Ho un appuntamento con Dino De Laurentiis, l’ispettore di produzione del film Il bandito, che si gira attualmente a Torino, protagonista Amedeo Nazzari, Anna Magnani, Carlo Campanini, Carla Del Poggio, Mino Doro, Eliana Banducci e Piero Lulli. Devo confessare che  gli ispettori di produzione li ho sempre immaginati fegatosi, accigliati, inconciliabili, stivaloni alla D’Artagnan, satiri e anzianotti. Gente insomma che nel mese di luglio ti visita Montecatini terme e a settembre si stabilisce a Chianciano. Ed invece…
Invece quando il portiere mi annuncia, mi trovo dinanzi a un simpatico, dinamico giovane spumeggiante. Olè! dico io. Le presentazioni sono fatte con una cordialissima stretta di mano.
— Scusi — mi dice De Laurentiis — attendo una telefonata urgente. Non diverrà arcigno se parliamo nella cabina telefonica?
Scoppio in una risata… romana. Voilà, amico, i giornalisti lavorano di stilografica anche sui pali del telefono, seduti sull’ala di un aereo o in piedi, virtuosi del motore, su una rombante motocicletta. Lo abbordo con giochi pirotecnici di parole, con una girandola di frasi. Voglio che parli, che sveli qualcuno dei suoi innumerevoli segreti di produzione. E incomincio l’attacco.
— Quanto durerà la lavorazione del film?
— 52 giorni.
— Il primo giro di manovella quando è stato dato?
— Il 15 aprile.
— Chi è il regista?
— Lattuada.
— Dove girerà in esterni?
— A Balme, nella valle di Lanzo, a 50 chilometri da Torino.
— Si fermerà lassù?
— Sarebbe mio desiderio, un po’ di alta montagna mi abbronzerebbe (l’autore, paragonando la sua epidermide con quella di De Laurentiis è assolutamente convinto del contrario). Tuttavia ho degli impegni a Torino e tre volte alla settimana dormirò sui materassi dell’albergo.
— Quali sono i film ai quali ha partecipato dando il suo contributo alla realizzazione?
De Laurentiis, a questo punto, mi domanda la penna. Io… accidenti!
— Tenga la sua stilo, è scarica: questo è il colmo per un giornalista.
Accuso il colpo, ma subito rimedio con una matita che prendo sotto il naso del portiere.
— Signore! — mi dice.
Gli butto 50 lire sul tavolo.
— Ne compri un’altra.
De Laurentiis ha scritto su di un foglio il nome di quattro celebri film: Zazà, Malombra, La donna della montagna, Le miserie del signor Travet.
— Ha progetti per l’avvenire?
— Moltissimi. Spero di portare il cinema italiano sul piano della produzione americana. Lei mi dirà che sono ardito. D’altra parte constato che anche lei come giornalista ha fiuto e coraggio.
— Se dispone di una macchina vengo con lei a Balme.
— Guardi!
— Una fiammante Alfa Romeo, aerodinamica, lussuosa, blu scuro, è ferma davanti al Sitea (l’albergo a Torino n.d.c.).
— Viaggiamo in dieci — soggiunge De Laurentiis. Se lei si accontenta…
— Mi siederò sul cofano del motore, mascotte del suo film.
— Dica piuttosto della Lux-De Laurentiis.
— Accettato.
Trilla il campanello del telefono. Si aggrappa all’apparecchio.
— Pronto… pronto. De Laurentiis.
Penso con nostalgia a Balme, alla montagna, alle attrici… e al Bandito. La telefonata termina.
— Mi chiamano lassù. Parto. Vuol venire?
— A Balme?
La parola mi è rimasta in gola. C’è una giornata di sole, da far rimpiangere lo splendore della Costa Azzurra. Ritorno al giornale. De Laurentiis mi dice ancora:
— Saluti gli amici.
Egli sa che gli amici sono tutti coloro che attendono da lui nuovi film e nuovi successi.
La mia intervista è finita. I lettori sono accontentati.
Elio D’Aurora
(Cine-Teatro)

Nannarella e Amedè…

Torino, giugno 1946. Il bandito, che si gira attualmente a Torino, racconta la storia di un reduce che, respinto dalla società, diventa un fuori legge. La lavorazione procede rapida e sicura, alternando esterni ed interni. Fra i primi sono completi quelli girati a Balme; tra i secondi di grandioso effetto è risultata una festa notturna girata da Lattuada negli accoglienti saloni del Tennis Club Juventus.

Anna Magnani, in un’intervista concessa a Film d’oggi ha detto che:

« Giorni or sono, A Torino, mentre si girava Il bandito di Lattuada, Amedeo Nazzari nel lanciarmi in faccia del liquido sbagliò la mira e mi colpì agli occhi con grave danno delle ciglia finte incollate. La sua disattenzione mi faceva perdere del tempo prezioso; glielo feci rilevare un po’ risentita, ma senza perdere tuttavia il controllo di me stessa. Nazzari mi rispose sgarbatamente, insolentendomi. Il giorno dopo, un quotidiano di Torino attribuiva a me le frasi villane pronunciate da Nazzari, considerandole, peraltro, normale amministrazione. E scriveva: “Con il frasario ben noto, la Magnani…”. È molto triste tutto ciò — ha concluso Nannarella — accarezzando languidamente il suo fedele e venerabile bassotto ».

Poiché all’incidente ero presente e sono l’autore del “pezzo” pubblicato nel quotidiano torinese — che riposto integralmente qui di seguito — chiedo scusa alla signora Magnani ma confermo quello che, per aver visto e sentito, ho descritto.

Nei sotterranei dell’ex-Arsenale, ieri pomeriggio, per poco non veniva mandato a monte un film che ormai è alle ultime fasi di lavorazione. Si tratta del Bandito che, com’è noto, si sta girando in questi giorni a Torino con la partecipazione di Anna Magnani e Amedeo Nazzari.

L’incidente è stato provocato da un bicchiere d’acqua lanciato in viso da Amedeo Nazzari alla Magnani. Il gesto di Nazzari faceva parte di una scena del film che si svolge appunto in un sotterraneo. Ma il bicchiere, almeno secondo la Magnani, avrebbe dovuto contenere una minimissima parte d’acqua… invece! Forse Nazzari, stanco di trangugiare ad ogni prova mezzo bicchiere d’acqua, durante la scena girata (per le prove era una controfigura che si adattava a ricevere in viso la… doccia) beveva meno liquido del necessario, e la Magnani si pigliava così in viso una spruzzata tale da irritarle gli occhi e con gli occhi anche il sistema nervoso.
Apriti cielo: « Amedè, tu l’hai fatto apposta, volevi ridere alle mie spalle! ». E giù una fioritura di epiteti che, per chi conosce la brava ma vivace attrice romana, non è necessaria una particolareggiata descrizione. L’ottimo “Amedè”, per un po’ stette a sentire, ma poi, evidentemente seccato, forse per non rispondere per le rime, prese… cappello e se ne andò, rincorso dal produttore De Laurentiis e dal regista Lattuada. A questa improvvisa mancanza di bersaglio la Magnani, che evidentemente sentiva ancora il bruciore, più che agli occhi ai nervi, esaurì il suo repertorio dialettale romano con l’operatore Tonti che tentava di giustificare Nazzari.
Sopra, in cortile, De Laurentiis e Lattuada, con un brillante inseguimento, raggiungevano il fuggitivo “Amedè” e riuscivano a convincerlo a ritornare a fare la pace con l’oggetto della sua… movimentata doccia. E la pace tra i due ottimi attori era fatta, ma a patto che la scena non fosse più ripetuta. Infatti, sia pure con grande disappunto del regista Lattuada, la scena non aveva alcun bis, se si esclude la doccia, ma questa volta di sudore, che imperlò la fronte di De Laurentiis dopo la laboriosa riappacificazione dei due vivaci attori.
Così la lavorazione del film continuerà. Ma v’è da giurare che il produttore del Bandito non si lascerà sfuggire l’occasione per somministrare ai suoi scritturati una buona dose di bromuro. Non si sa mai!
(Anonimo, Cine-Teatro)

A Roma, sul treno dei reduci…

Roma, agosto 1946. Stamattina ho avuto un appuntamento da Lattuada, per le dieci, alla Stazione di San Pietro. Alla Stazione era stato ingaggiato un intero treno: una locomotiva con ben sette vagoni, o, per essere più precisi, sette carri di bestiame. Non ho il tempo di salutare gli amici, che si sento sospinto dentro un carro, insieme con la macchina e tutto l’occorrente per la ripresa. Ci scambiamo quattro sorrisi e subito imbocchiamo una galleria e l’oscurità più fitta ci avvolge. Il fumo della locomotiva c’investe e qualcuno comincia a tossire. Non si riesce a dire una parola: lo sferragliare del treno ha un rimbombo così forte che copre ogni altro rumore. Finalmente si vedono dei bagliori sulle pareti della galleria che finisce. Ci siamo; è qui che si gira.
Non vi fate illusioni: il cinema non è un « bel mestiere » né un comodo mestiere. Se ci  aveste potuto vedere tutti quanti dopo un quarto d’ora, certamente non ci avreste distinto dai negri o dai carbonai. Lattuada mi dice: « Io ho una passione per le macchine. Se potessi girare un film con molte macchine, sarei un uomo felice ». Io so che il discorso allude a un certo film che gli sta molto a cuore e che vorrebbe fare; ma non sto qui a ripetere cose risapute.(…)
La macchina da presa viene trattata in un modo poco decente. Ogni tanto la vedo legata e imbavagliata sul predellino di un vagone o sul tetto della locomotiva. Il treno di tanto in tanto passa veloce, si arresta, torna indietro, ripassa ancora a tutta velocità. C’è un ragazzone in giro, che in un primo tempo non capisco che ci stia a fare. Invece mi accorgo dopo che è proprio lui che con un fischietto fa fare al treno su e giù, secondo i suoi segnali. Lattuada lo vedo un po’ dappertutto: dentro la locomotiva con la pala del carbone in mano, sotto le ruote del treno, diritto accanto al fumaiolo. Eccolo ora con un ordigno in mano che manda bagliori e scintille. Sembra che maneggi un ordigno infernale, qualcosa che debba esplodere da un momento all’altro; invece si tratta di un innocuo “fumone” per fare nebbia.
Quando ritorniamo alla stazione, Lattuada mi dà un gessetto in mano, proprio come a uno scolaro, dicendomi: « Sai disegnare? ». « Neanche per idea » rispondo. « Bene », mi dice, « fammi un Hitler impiccato ». Faccio uno sgorbio qualunque e mi sento dire: « Ottimo ». Non mi era mai capitato di essere elogiato per aver fatto male una cosa. Però mi guardo bene dal fregarmi le mani di soddisfazione, e francamente preferirei essere elogiato per qualcosa di meglio.
Si è fatto tardi e stiamo tutti a digiuno. Il lavoro è finito, sicché partiamo tutti in treno verso la Stazione Termini. C’è una certa soddisfazione a utilizzare un treno (anche se composto di sette carri-bestiame) per noi soli che non siamo più di sette in tutto! Be’ cosa volete: tutti i gusti son gusti certi momenti!
Nel breve viaggio colgo e registro questa frase uscita dalla bocca di Lattuada: « Vedrai che, malgrado le grandi difficoltà e la scarsità di mezzi, in Italia faremo degli ottimi film, migliori di chi si trova in condizioni più felici delle nostre ». Se mi è lecito esprimere la mia opinione, io vorrei dire che tutta questa fiducia in un uomo tanto serio è un buon sintomo; e noi gli dobbiamo credere, perché Lattuada ha dato sempre più di quanto ha promesso.
Sabatino Ciuffini
(fotogrammi) 

Altre informazioni su questo film e sulla retrospettiva che RaiMovie dedica a Lattuada nel blog di Alberto Farina

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La freccia nel fianco di Alberto Lattuada 1943-1945

Copertina della brochure del film, 1945

Copertina della brochure del film, 1945

Portare sullo schermo un romanzo abbastanza ardito, forse, come La freccia nel fianco (1913) di Luciano Zuccoli non dev’essere stata una cosa facile. Ma che la cosa non fosse un’impresa da poco mi sembra l’abbiano capito sin dall’inizio i produttori, i quali affidarono la riduzione per lo schermo, la sceneggiatura ed i dialoghi ad un gruppo di ottimi scrittori che rispondono ai nomi di: Ennio Flaiano, Alberto Lattuada, Alberto Moravia, Carlo Musso, Ivo Perilli, Cesare Zavattini. È dunque, con un copione completo e attentamente curato, che Alberto Lattuada, regista, e Carlo Musso aiuto-regista, varcarono la soglia della Palatino (Piazza SS. Giovani e Paolo numero 8, Roma), con l’operatore Massimo Terzano, per cominciare a tradurre in immagini l’ardua e tormentata vicenda del piccolo Brunello Traldi di San Pietro, di Nicoletta Dossena, del conte Fabiano, di Gigi Barbano, della contessa Clara Dolores, ecc. Iniziato dopo il 25 luglio del 1943 per conto della Lux, organizzatore generale della produzione Carlo Ponti, il film venne interrotto a causa degli eventi bellici il 10 settembre, mentre la troupe era in esterni ad Arsoli. Per la parte di Brunello adulto era prevista la partecipazione di Vittorio Gassman.

La vicenda, se pur inconsueta, non è affatto inverosimile. Anzi lo è così poco che nell’autobiografia dello Zuccoli (Modernissima 1924) si può leggere quanto segue:

« Della mia infanzia e della mia fresca giovinezza ho poco da dire. Esse sono narrate a grandi linee ne La freccia nel fianco: Brunello Traldi ha attraversato le peripezie che ho attraversato io stesso. Il conte Fabiano è mio padre; la contessa Clara Dolores, mia madre. Mi sono chiesto più volte se nel tracciare quei ritratti non ho avuto la mano troppo dura; ma non credo, perché così l’uno come l’altro conservano, a dispetto delle ombre, qualche cosa di fine e di gentile, ch’era in parte in quelle due anime. Alle quali devo una vita forte e colma di sensazioni; una vita che sarebbe stata felice se  non mi fosse studiato io, come un talento davvero inarrivabile, di renderla intricata, difficoltosa, irrequieta ».

Cerchiamo di fare un po’ di cronaca  cinematografica, secondo i modelli classici e degli uffici stampa dell’epoca. Le riprese furono condotte a termine, dopo la liberazione di Roma, per iniziativa di Carlo Ponti, che già aveva organizzato il film nella prima fase, Vittorio Gassman che recitava in teatro a Milano (nella compagnia di Laura Adani), ancora occupata dai nazifascisti, fu sostituito da Leonardo Cortese:

« Novembre 1944. Si gira La freccia nel fianco, con Mariella Lotti, Leonardo Cortese e Roldano Lupi, per la regia di Aberto Lattuada. È il primo film che va in lavorazione dopo l’armistizio, il primo quindi nato in regime libero. Così giovane, è già un antenato, un capostipite, ogni storia cinematografica lo dovrebbe citare come si cita La canzone dell’amore che fu il primo film parlato in italiano.

Lattuada crede di fare un film e invece fa della storia, posa la prima pietra della nostra ri-ri-rinascita cinematografica che, se le cabale non mentono appunto perché è la terza, dovrebbe anche essere a più valida.

Si gira, insomma; ma dicendo “tutto è come prima” sbaglio, perché la situazione anormale del paese fa sentire il suo peso anche su La freccia nel fianco. Lo sapete, Cinecittà ospita i profughi, altri stabilimenti  producono patate o scarpe o muffa; inoltre, costruire degli interni, coi prezzi attuali, sarebbe rovinoso. Dove si gira dunque?

Dovete sapere che Lattuada e Carlo Ponti, il produttore, vivono in uno sconfinato appartamento di palazzo Lazzaroni, che è uno fra i più bei palazzi di Roma. Quando si trattò di fare il film, immagino che essi abbiano detto con fare disinvolto: “Sta bene, ma portatecelo a casa”. La baronessa Lazzaroni  diede il permesso,  e il cinema invase l’appartamento. Antenati in costume vacillarono nei loro quadri annosi, vedendo apparire uomini disinvolti, che turbavano senza scrupoli la secolare compostezza della dimora. Gli elettricisti seminarono le loro impalcature e i loro  serpenti di gomma dappertutto, collocando riflettori in ogni angolo. Molti registi hanno avuto soddisfazioni di vario genere, ma Lattuada, girandosi un film a domicilio, li batte tutti. Non so se la cosa sia scomoda, veramente; perché il truccatore cerca uno straccio per pulirsi le mani dal cerone, e se trova una camicia incustodita di Lattuada o di Ponti, può darsi che se ne serva. La vita privata si movimenta, in un luogo invaso da cinquanta persone di carattere espansivo. Si verificano incidenti spiacevoli: sopraggiunge, ad esempio, un tizio dall’aria severa, che si ferma a guardare le riprese con occhio compiacente: “Chi è quello lì?” domanda sottovoce un’attrice. “L’ho visto da qualche parte, dev’essere il critico di un quotidiano.”, risponde la segretaria d’edizione. Invece si tratta soltanto dell’esattore del gas, attonito per esser piombato in un luogo simile, lui, abituato da anni alla composta dignità di quella casa patrizia.

Stanno preparando un’inquadratura con Leonardo Cortese al pianoforte. Terzano dosa le luci, Cortese legge Pane e vino, cioè il libro meno zuccoliano che si possa immaginare. Nel caminetto brucia un fuoco vero, a tratti un’ondata di luce sommerge l’ambiente,  e non si capisce se hanno acceso il cinquemila, oppure se è Mariella Lotti che guarda dalla nostra parte. Entrando inciampo in un cavo elettrico; non c’è niente di meglio per destare lo spirito d’osservazione sonnecchiante, infatti vedo subito Mario Soldati in un crocchio d’amici. Poco dopo, ecco Mario Camerini. Sono in visita, in visita al cinema. S’aggirano  fra armature minacciose e busti di marmo, respirano quell’atmosfera, la loro, con delizia invano dissimulata. Tutti sono euforici e contenti, grandi sorrisi e grandi saluti s’incrociano da un gruppo all’altro. Ponti ci guida a quello che originariamente doveva essere il suo salotto; ora dà efficacemente  l’idea di un luogo saccheggiato di recente da uno squadrone d’ulani. Sediamo intorno a una bottiglia di cognac, io ho papa Borgia sulla testa, ma non ne provo nocumento. Due ufficiali alleati, in visita anch’essi, sembrano particolarmente lieti. Un terzo, in borghese, esuberante e tarchiato, parla un italiano bersaglieresco che mi stupisce. “Quello — racconta Calvino — è un maggiore che s’è lanciato col paracadute oltre le linee per organizzare i partigiani. Ne comandava sei quando ha cominciato, seimila quando è partito” ».
(Adriano Baracco, Star, 11 novembre 1944)

Nella parte di Brunello bambino Cesarino Barbetti, attore (poi doppiatore e direttore di doppiaggio). Altri interpreti: Sandro Ruffini, Enzo Biliotti, Alanova, Tina Lattanzi, Liliana Laine, Galeazzo Benti e Alberto Capozzi, interprete, regista e produttore del cinema muto, che con questo film chiuse una lunghissima carriera. Alla produzione del film hanno contribuito Gastone Medin per le scene, Idolo Tancredi per le costruzioni, Gino Brosio per l’arredamento. Le musiche sono di Nino Rota.

La freccia nel fianco è il primo film della retrospettiva che RaiMovie dedica ad Alberto Lattuada, in onda sabato 1 agosto, ore 9.00.

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Nascita di una stella: Yvonne Sanson

Yvonne Sanson in "Wanda la peccatrice" (1952)

Yvonne Sanson in “Wanda la peccatrice” (1952)

Una mattina di primavera del 1945 l’ingegner G. P., direttore di un’agenzia cinematografica torinese, passeggiava per via del Tritone, a Roma, in compagnia di un amico, quando si fermò di botto.

— Eccola!

— Chi? — fece l’amico.

— Quella che fa per noi!

— Santo Dio, ma è un corazziere!

— E  che importa? Ci metteremo i tacchetti. Presto, raggiungiamola.

E, preso per un braccio l’amico, l’ingegnere, che era un ometto piccolo ma testardo, si mise sulla scia della magnifica creatura, che fendeva la folla come un vascello da regata.

— Signorina, signorina… Pss! Signorina! Pss!…

— Ma sei matto? Ci portano in questura — implorava l’amico.

Finalmente, ansimando, l’ingegnere fu al fianco della ragazza. Era davvero altissima. Un metro e settantacinque, un metro e ottanta. Capelli corvini, incedere regale. Istintivamente, l’ingegnere si tolse il cappello.

— Siamo due persone per bene, signorina. Ci consenta una parola, una sola…

La ragazza allungò il compasso delle snellissime gambe. L’ingegnere accelerò la marcia delle sue, e di lì a poco tornò alla carica.

— Signorina, osservi i miei capelli. Sono grigi. Sono un padre di famiglia. Creda, non la importunerei se non si trattasse di una cosa della massima importanza…

— Insomma signore, che cosa vuole da me?

— Ma benissimo! Ce l’ha, la lingua… Ecco signorina, noi siamo… Ma qui non è possibile parlare. C’è troppa gente. La prego, andiamo in quel portone.

S’era adunato un gruppetto di persone.

— Ma che cerca quello? — disse un giovanotto con un maglione blu.

— Già: che cerca quello? — disse qualche altro della folla.

— Che succede qui? — urlò un vigile facendosi largo verso l’ingegnere e la ragazza, che guardava ora l’uno ora l’altro dei presenti, dicendo qualcosa che nessuno riusciva a capire.

— Circolare, circolare! E loro due, prego, favoriscano con me. Per di qua.

L’ingegnere si mise le mani ai capelli. La ragazza, invece, aveva assunto un atteggiamento ieratico, solenne, di idolo disturbato nella sua regale quiete.

— Nome?

— P.

— Documenti, prego.

Il vigile scartabellò a lungo fra i documenti dell’ingegnere e infine sentenziò:

— Lire mille di multa per ingombro al traffico, e tremila per documenti personali scaduti. E lei, signorina? Il nome, prego.

— Yvonne.

— Cognome?

— Sanson.

— Indirizzo?

— Via delle Pinete Vecchie, 38.

— Evviva! — urlò l’ingegnere, gettando in aria il cappello — Vigile, la prego: ecco mille per il traffico, tremila per i documenti, e diecimila per il Corpo. Dei vigili, intendo. In quanto a lei, signorina, mi perdoni l’incidente. Sanson! Sanson… che nome fascinoso. Arrivederci a presto!

E se ne andò, fischiettando allegramente.

Ecco com’è nata (per il cinema) Yvonne Sanson, e… se non è vera e ben pensata.

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Come si diventa celebri

Come si fa a diventar celebri?

Domanda stuzzicante di tutti gli appetiti dell’orgoglio — la quale ha fatto scatenare la ridda delle più disparate risposte lungo i secoli.

Il primo gradino per diventar famoso — ha scritto presso a poco il Leopardi — è quello di cominciare a credere di esserlo.

Si diventa celebri — disse un celebre uomo politico inglese — passando sopra col più profondo disprezzo alla celebrità altrui.

La celebrità è un punto nell’infinito — ha detto Victor Hugo. Buttate a mare l’infinito e attaccatevi a quel punto.

Io sono celebre — disse al Goethe una grande artista drammatica del suo tempo — perché ho sempre avuto due odii: quello della mia nullità e quello della nullità degli altri.

La gloria — dice Shelley — è una corona di fiori posata sulla nostra fronte dalla mano della primavera, dopo cento anni d’inverno.

— Non fate quello che tutti fanno e fate quello che nessuno osa fare e la celebrità vi spalancherà le braccia come a un figlio prediletto — ha scritto Heine.

Un miliardario ha scritto: Buttate un milione dalla finestra e avrete la celebrità di un pazzo. Guadagnate un dollaro con un’astuzia menzognera e sarete un re degli affari.

Chi dunque potrebbe raccapezzarsi nell’arcobaleno caleidoscopio di tante ricette omeopatiche?

Stabilito che — per divenire celebri — si debba partire da un punto: quello della notorietà; io credo che si possa giungere ai supremi fastigi della celebrità sapendo ben amministrare quel punto.

Racconta un biografo che Lord Byron, nel suo non breve soggiorno a Venezia, fu assai prima noto per la sua andatura claudicante, che non per lo splendore della sua poesia. Lo chiamavano il lord zoppo e i monelli lo rincorrevano sotto le procuratie. Egli soleva dire che la Natura aveva fatto nelle sue gambe la più bella misura che mai esametro di Virgilio avesse potuto invidiare. E piuttosto che attenuare — continua il biografo — egli propendeva a rendere più palese quel suo difetto fisico.

Beethoven aveva due sole ambizioni: mantenere il candore principesco delle piccole mani e la inverosimiglianza permanente della sua capigliatura.

Listz — in un pomeriggio afoso d’estate — curvo sulla tastiera di un pianoforte, smaniava suonando quel suo gioiello di poema sinfonico che è intitolato Tasso. Aveva per auditorio la granduchessa di Weimar e le sue dame. Quando ebbe strappate le ultime note deliranti, Listz si fece in mezzo alla sala bagnato di sudore come un tritone fluviale. La granduchessa si arrischiò a dirgli che l’enorme capigliatura doveva dargli un caldo insopportabile.

— È un’osservazione amabile — disse prontamente Listz — ma vostra altezza forse non sa che ogni capello della mia criniera vale per richiamo alla mia musica più della réclame permanente inserita dal mio editore nel Times.

Voltaire — vecchio quasi decrepito — non smise mai di fare le abluzioni sul viso e sulle mani di latte di capra. Con questo mezzo, diceva agli intimi (ne ebbe pochi, non dubitate), io faccio una specie di imbalsamazione preventiva di questo vecchio corpo che mi ha dato gloria.

Gabriele D’Annunzio aveva da poco pubblicato il Canto novo e il pubblico cominciava  ad affollarsi plaudendo. Ma il plauso fu più alto appena scoppiarono le critiche.

In conclusione: come si diventa celebri? Ai lettori l’ardua sentenza.

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Anna Magnani senza ipocrisie

Anna Magnani

Anna Magnani

Roma, giugno 1970. L’Italia ha prodotto per decenni delle bellissime attrici destinate al mercato cinematografico: idoli sessuali, alcune dotate persino di qualche inclinazione intellettuale oltre che misurabili ipertrofie mammarie; divinità che sorgono e poi spariscono a seconda della loro resistenza all’uso. Però ce n’è una che non è mai stata famosa per la sua bellezza, né per le sue misure, e che tuttavia è riuscita a sopravvivere a tutte le altre per oltre 25 anni. Si tratta naturalmente di Anna Magnani. « Nannarella è più di un’attrice, è un monumento nazionale. Come il mammismo, o la chiesa cattolica, lei fa parte di noi », mi spiega un amico e ammiratore. « Sono cinque anni che non fa un film in Italia, ma rimane comunque la Magnani e lo sarà sempre ».

La Magnani di solito non concede interviste. Non è come si dice « un’attrice mondana » con il press-agent alle spalle. Le persone che possono frequentarla assiduamente sono poche, e i giornalisti non rientrano nel numero. Lei tuona: « E perché dovrebbero? Il più delle volte mi mettono in bocca delle parole che non ho mai pronunciato. Si sono inventate una Magnani, una volgare popolana che sa parlare soltanto in dialetto romanesco, che sarebbe nata in Egitto da padre egiziano… mentre invece io sono nata qui a Trastevere, da una madre romana e un padre calabrese, che non sposò mia madre e di cui conosco soltanto il luogo di nascita. Io parlo un italiano classico e pulito, e solo quando voglio so parlare in dialetto. Non mi fraintenda, cara, ma ho fatto anche il liceo… e ho persino studiato il piano per otto anni… Ma non c’è nulla da fare: i giornalisti descrivono sempre una Magnani volgare o una Magnani tragica!… Chi lo sa, forse per loro va meglio così. Ma per me no! ».

Prima lei versa il tradizionale espresso, e insiste perché io prenda due cucchiai di zucchero: « Perché le farà bene, cara », e poi mi dice: « Be’, qui non ho fatto film perché non ne avevo voglia. Le offerte non mancavano, i copioni e le sceneggiature continuavano ad arrivare, ma finché  io non trovo qualcosa di veramente entusiasmante , non ne faccio di niente. Perché, vede, non ne ho bisogno . E inoltre, secondo me, il cinema italiano è diventato una specie di mafia, e se non si è nel giro, se una non si fa proteggere da qualche pezzo grosso, le cose interessanti prendono altra strada. Be’, cara, la Magnani non si è mai fatta proteggere da nessuno e credo che non lo farà mai. Amo troppo la mia libertà. Questi signori della mafia credono che nessuno possa vivere senza inchinarsi davanti a loro. Io non mi inchino davanti a nessuno! Così aspetto con pazienza qualcosa che mi piaccia. E se non la trovo, magari non farò mai più niente. È magnifico essere pigri. Ti dà il tempo di rimetterti in pari con te stessa. Mi occupo delle mie cose. Vado al mare. Vado in giro con gli amici. È una cosa divina ».

(estratto da un’intervista di Marika Aba, pubblicata su Playmen) 

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