Luciano Vincenzoni, il periodo d’oro del cinema italiano, intervista di Virginia Zullo.
L’anonimo del Vittoriano
Lettera aperta ai responsabili degli spazi museali del Vittoriano di Roma.
Gentili signori:
Posso sapere chi è l’autore di questo pannello decorativo? Il pannello (smontato in più parti) si trova sulle scale di accesso agli spazi museali del Vittoriano di Roma. Dell’autore nessuna traccia, scheda… mistero.
Grazie anticipate.
Archiviato in arte, macchina ammazzacattivi
Soggetto per una fiction ambientata nel mondo del cinema
Visto il successo della fiction “Trilussa, storia d’amore e poesia” ho scritto anch’io un soggetto per una fiction in due puntate.
La storia è questa: Roma 1944. Ingrid Bergman, famosa attrice del cinema muto in vacanza a Roma, incontra il giovane regista Roberto Rossellini nel corso delle riprese del film “La dolce vita” alla Fontana di Trevi. Colti da un irrefrenabile colpo di fulmine fuggono insieme in Sicilia con la scusa di girare un film. Anna Magnani, attrice del varietà e compagna di Rossellini, che nasconde alcuni partigiani nella soffitta del Teatro Apollo, convince Harry Feist e Totò, i due soci della sua compagnia di riviste, della necessità di andare via da Roma ed accettare un contratto per una serie di rappresentazioni in Sicilia, aspettando l’imminente sbarco degli alleati. In mezzo a non poche difficoltà la compagnia Magnani-Totò-Feist arriva a Palermo, purtroppo il Teatro Massimo che doveva ospitarli è distrutto dai bombardamenti degli alleati. La compagnia non si perde d’animo e decide che le rappresentazioni avverranno lo stesso all’aria aperta. Nel frattempo, le riviste di cinema pubblicano le prime fotografie di Rossellini e la Bergman sul set del film “Vulcano”, ambientato sulle pendici dell’Etna. Anna, che non è disposta ad arrendersi, convince un amico, il regista Luchino Visconti, a raggiungerla in Sicilia per girare “Palude”, un loro vecchio progetto. Luchino, che da anni desidera girare un film con lei come protagonista, vende alcuni gioielli di famiglia nel mercato nero e parte alla volta della Sicilia: al posto degli argini del Po, il film sarà ambientato in un piccolo paese di pescatori.
Per il momento non vi racconto altro. Un accenno alla scena finale: Luchino Visconti gira lo sbarco degli alleati dal palazzo Lanza di Tomasi… e vince un Oscar per il miglior documentario, mentre Rossellini, abbandonato dalla Bergman, viene nominato presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma a vita. Anna ed Ingrid, diventate amiche, girano a Hollywood un film con George Cukor, e vincono l’Oscar anche loro.
Archiviato in cinema
Un coraggio da leoni
Oggi tutto sta nel fotografare le cose come sono, senza giudicarle. Per questa impresa così semplice occorre un coraggio da leoni.
Siamo soli e gli aggettivi sono tutti crollati intorno a noi come croste. Il campo dove viviamo è spianato, non ha più mura, non c’è nemmeno una lapide che può richiamare i lamenti di una volta. Se restasse ancora un ponte alle nostre spalle, dovremo non esitare a tagliarlo, per rimanere veramente di fronte a noi, per impedirci la fuga di ciò che siamo. Non la considerate una condizione di grazia questa? Io penso che soltanto dalla coscienza di questa condizione deriverà il mutamento di un cinematografo che ha fondato sino a ieri la sua risorsa nei massimari, di un cinematografo che illustrava un mondo eterno immutabile, esemplare. Infatti gli arcangeli si domanderanno, nei loro dialoghi sulle cose terrene, come mai dai virtuosi ammaestramenti delle immagini, dalle edificanti trame e dalle ancor più edificanti conclusioni siano potuti uscire così perfidi allievi di carne ed ossa.
Con il cinema si è continuato a ingannare il prossimo in ogni parte del mondo. Noi italiani lo abbiamo ingannato con minore eleganza gareggiando nel commuoverlo e riuscendo spesso a strappare sospiri e singhiozzi. A molti erano stati lasciati soltanto gli occhi per lacrimare proprio su quei fatti pietosi. Quanto sia inutile questo modo di commuovere lo dimostrano i criminali che tornano al delitto dopo aver pianto dirottamente alla visione dei nobili fatti del cinema. Vuol dire che bisogna accantonare oramai gli eroi del cinematografo ricavarne dei diversi dal centro del nostro carattere, la cui conoscenza abbiamo sistematicamente mistificato con la macchina da presa. Noi saremmo i pionieri, pianteremmo per primi il bastone in questa terra sconosciuta. Se non avremo paura di aprirci ad angolo piatto, se non rinunceremo per un piatto di lenticchie alla tremenda primogenitura che in questi anni ci è toccata, noi soli eviteremo le sinistre parole la cui ombra sta distendendosi sul mondo: niente di nuovo; è lo spettacolo nuovo sarà nato.
Cesare Zavattini (Cinelandia, marzo 1946)
Archiviato in cinema
Compito dell’arte drammatica secondo Max Reinhardt
“La presenza degli spettatori in teatro non è solamente una necessità economica, ma è un bisogno fondamentale dell’arte drammatica. Lo spettatore è metà dell’attore, e spesso la sua metà migliore. Fra i due esiste una specie di unione matrimoniale indissolubile, stretta però solamente per la durata della rappresentazione, e automaticamente disciolta al chiudersi del velario. Il biglietto d’ingresso è il contratto legitimo e legale di quest’unione che viene annullata poco prima della mezzanotte…. E dunque una favola che l’attore possa mai dimenticarsi del pubblico. Nel momento preciso della sua più grande foga, egli si rende conto che migliaia di persone l’osservano col respiro sospeso, e questo pensiero è quello che apre la porta da cui fluisce il suo animo.
(…)
In generale l’individuo medio non prova che una volta sola nella vita intera la benedizione dell’amore, una volta solamente la gioia della libertà: odia una sola volta, una volta sola seppellisce con profondo dolore la persona amata, e alfine egli stesso muore una volta sola. Questo è troppo poco per la nostra innata capacità di amare, odiare, gioire e soffrire.
(…)
L’abisso fra il palcoscenico e la platea sarà colmato (era stato creato solamente per le orchestre d’opera), l’attore sarà tolto alla pompa e allo splendore superflui, e posto direttamente fra il pubblico – com’era nel teatro antico e ancora fino ai tempi di Shakespeare. E allora i tarlati, vecchi costumi se ne andranno, insieme alle costosissime ed antiquate abbondanze di decorazione. Ma dalla nuda, completa, viva e fruttifera unione fra attori e spettatori, fra essere umano ed essere umano, avremo guadagnato qualcosa di incomparabilmente grande. Fino a questa mèta il cinematografo non potrà seguirci, perché tra gli uomini viventi e le ombre predestinate e immutabili dello schermo non può mai verificarsi quell’atto mistico a cui il mondo reale, quanto la sua artistica riproduzione: il teatro, devono la loro vita.”
Max Reinhardt, gennaio 1932
Archiviato in teatro
Vittorio De Sica ricorda

Tatiana Pavlova interprete di La Signora dalle Camelie, disegno di Enrico Sacchetti (Comoedia, 1 novembre 1923)
Una sera del 1923, passeggiando per Corso Umberto incontro una vecchia conoscenza: l’avvocato Gino Sabbatini. Ci salutiamo, riprendiamo la nostra passeggiata, osservando le belle signore e discorrendo del più del meno. Ad un certo punto gli chiedo se è già entrato come praticante in uno studio d’avvocato e come si trova all’inizio della sua nuova vita. E Sabatini, con la più grande naturalezza mi risponde:
— Non faccio l’avvocato. Vado in arte.
— Con chi?
— Con la Pavlova.
— Vengo anch’io.
— Benvenuto.
— Allora dimmi cosa devo fare.
— Presentati alla signora Pavlova.
— Mi accetterà?
— E’ affar tuo.
— Allora conducimi da lei. Anzi prendiamo una carrozzella.
Così, al trotto di un vecchio ronzino, che mi sembrava proprio quello del leggendario Carro di Tespi, feci il mio ingresso nel teatro italiano, grazia ad una signora russa che per prima ebbe fiducia in me.
Una fiducia, beninteso, saggiamente misurata, perché mi accettò come generico e mi affidò delle particine che sarebbero andate benissimo nel cinema… muto.
Ma mi dette anche la soddisfazione di promuovermi a ruoli più importanti dopo pochissimo tempo. Seppi rispondere alla sua bontà ed alla sua fiducia perché capitata la compagnia a Milano, il critico più autorevole del teatro ambrosiano pronosticò che avrei fatto della strada. Fin d’allora la signora Pavlova si era imposta all’attenzione delle platee italiane e già raccoglieva i primi entusiastici consensi. La nostra compagnia era animata da un fervidissimo spirito di collaborazione ed anche di disciplina: la nostra capocomica era anche una vera maestra per noi novellini, ogni giorno di prova era per noi anche una bella scuola… insomma bei tempi, che ricordo sempre con nostalgia. Anche se furono, qualche volta, un poco duri e… famelici. Ma se un attore non ha sofferto la fame, almeno una volta in vita sua, non può dirsi attore compiuto: gli manca il crisma misterioso che, col tempo, gli servirà per ritrovare i più belli accenti di umanità. Un po’ di fame, un po’ d’amore, un poco di dolore, molte illusioni ed una ingenua fede nel proprio destino, ecco ciò di cui ha bisogno un vero attore.
Il crisma della fame io lo ricevetti a Ferrara, in pieno inverno: gli affari andavano male, faceva freddo e le paghe… si congelavano spesso. Gino Sabbatini, Ettore Dondini ed io condividevamo la stessa stanza in una modestissima pensione, una stanza singolarmente fredda. Praticamente, la dimostrazione era fornita dalla catinella dell’acqua che, durante la notte si gelava, per cui, la mattina, bisognava romperla con qualche utensile… Tutti e tre rimanevamo nel grande letto matrimoniale messo a disposizione gentilmente dalla direzione. Leggevamo dei libri, discutevamo di temi artistici, ripassavamo la parte… Fino alle quattro del pomeriggio stavamo in questo letto con due scopi essenziali da perseguire: rimanere al caldo e saltare il pasto, per mancanza di fondi a disposizione. Alle quattro uscivamo e vicino al teatro acquistavamo con pochi soldi del castagnaccio. Sfortunatamente non bastava a soddisfare il nostro stomaco. Un giorno non avevamo potuto procurarci niente da mangiare e, come tutte le sere, dovevamo apparire sulla ribalta come i ricchi e ben pasciuti gentiluomini che fan corona alla Signora dalla Camelie.
A me toccava cantare una bergerette: “Il est un petit homme / tout habillé de gris.”
Così dicevano i primi versi di quella canzone. Attaccai, ma quando giunsi al… de gris, mi sentii svenire… Pare che l’effetto di un sintomo di svenimento riuscisse teatralmente efficace.
Ma nemmeno per un attimo solo sono stato preso da scoraggiamento o da una vera delusione, mai ho pensato di smetterla, di tornare nel tepore della mia casa, d’intraprendere una carriera meno movimentata e meno ricca di sorprese. Mi sono trovato nel teatro, fin dal primo giorno, come nel mio naturale elemento, mi è sempre parso, fin dal primo istante, che tutta la mia giovinezza fosse stata, dopo tutto, una logica preparazione a quella vita. Ripensai, come ripenso spesso, alle mie prime recite di oratorio, alle prodezze di San Tarcisio ed alle folgoranti vendette dell’Arcangelo Michele su Satana(1), e se ci vedo una predestinazione, scusate, non è proprio colpa mia. Ognuno ha il destino che si merita e questo che avevo liberamente prescelto non m’ha fatto mai rimpiangere una vita diversa.
Vittorio De Sica
1. Vittorio De Sica aveva “debuttato” sul palcoscenico nel teatrino della chiesa di S. Camillo a Roma nelle rappresentazioni dei Sacri Misteri della Passione che organizzava un’associazione cattolica.
Pochi giorni fa è stata inaugurata all’Ara Pacis di Roma la mostra Tutti De Sica – Dentro e fuori dal set – Le mille vite di Vittorio De Sica. Da non perdere.
Roma nel 1913
Tre fotogrammi del film “Una passeggiata per Roma” documentario (film dal vero nel linguaggio del cinema muto) girato nel 1913.
Una delle mie passioni è la ricerca sul cinema delle origini, invito tutti a farmi visita nel sito dell’archivio: sempre in penombra
Archiviato in cinema







